DIMORE PERDUTE
di
Domenico Friolo
ROTONDELLA 2026 02 02
Prefazione ed a seguire la lirica di chi fu costretto a lasciare gli affetti, la casa, il borgo.
DIMORE PERDUTE
di Domenico Friolo
È una poesia gemella con un'altra mia poesia, OMBRE DEL TRAMONTO.
Forse è l'unico caso di poesie gemelle. Entrambe espressione del mio animo.
Sono scritte con parole diverse, ma racchiudono la medesima storia, le medesime emozioni che insieme ho vissuto e che tramando ai tanti che hanno vissuto come me ed in modo simile la lontananza dal luogo di nascita, quale testimonianza del secolo passato.
Il triste dipartirsi per altrovi lidi, per lavoro e per disporre di un tozzo di pane, non giova all'animo di nessuno.
Se poi, è tutta la famiglia a dipartirsi: poco è quel che si guadagna, molto è quel che si perde, ad iniziare dagli affetti e poi dal concreto, come la casa. A volte è l'abbandono, in cui la distanza, fa scivolare, o addirittura costringe.
A volte è destino infame, a cui, non si può opporre, come malattie che relegano all'immobilità fisica per un lungo tempo o in modo perenne, che pongono al di fuori della propria volontà e desiderio, situazioni di impotenza ad azioni da contrastare, da ravvivare l'utilità di ciò che fù lasciato nel dipartirsi dai luoghi di origine.
Ed anche se è opera della natura deteriorarli, questo non fermerà infami sciacalli ad approfittare di quello lasciato un giorno lontano.
A tale proposito, scrissi questa commovente poesia, permetto che è storia vera, a me capitata, quindi immaginate con quale stato d'animo scrivevo di questo. Il mio, non è stato abbandono voluto, ma imposto da gravi disagi cardiaci solo col tempo, in minima parte appianati.
Ed ecco la poesia lirica, che immortala tempo, cose e uomini, una lirica tratta dal vero.
DIMORE PERDUTE
Chi partì, a volte ritorna: recando con sè
amara nostalgia che cerca di nascondere,
mentre la realtà lo inchioda ai ricordi più belli
e nel guardarsi intorno percepisce il presente
precedentemente auspicato diversamente,
si rattristisce quando egli scorge silenziosi,
malinconici uccelli racchiusi nelle loro ali,
stare immobili, sul tetto, sulla grondaia
all'ombra di tegole arse dal sole dell'estate.
Uccelli che osservano sotto di loro
uno sgraziato geco, mutolo rettile solitario.
Il viandante osserva la flora che viva, tenace,
coriacea, invadente, che dagli orti e dai cortili
va sù varcando usci, s'addentra nelle case,
sfonda solai, guadagna davanzali, dominante,
si affaccia alle finestre, ne demolisce infissi
poi sfacciatamente sventola la sua vittoria.
Il viandante, rattristato guarda gli uccelli,
confusi e incuriositi dalla sua presenza.
Sotto di loro, un arco di pietra marciscente
sostiene una scala sconnessa alla quale
sono aggrappati rottami della ringhiera
già ossidato che fù una solida protezione
in ferro battuto, arte e lavoro di un vecchio
mastro fabbro del paese.
Quì i muraglioni, sono come grossi bastioni,
che sostegono strade lastricate in pietra,
senonchè veri baluardi posti a protezione
sulle pericolose, profonde ripide dirupate
coste con timpe rocciose e dure da far paura:
dal Canale Ruggero inerpicandosi al Cervaro.
La cappella del Carmelo, di spalle al mare,
è silenziosa in attesa di una folata di vento
che dia voce al rintocco dell'unica campana
dal lieve suono udito senza ausilio del battaglio.
Là, dove visse da fanciullo il viandante si ferma:
ha lo sguardo attento, perduto nel ricordo
che la mente raccoglie e confronta col presente
su cui e per ognuno di essi egli sussulta trepida,
mandando giù quel nodo greve e soffocante,
pressante e stringente che gli attanaglia la gola.
Il viandante è lì impietrito, ha di fronte casa sua,
pensa ai ricordi pieni di nostalgia, alle sue radici.
Il ricordare gli porge il volto di sua madre,
gli occhi di suo padre, l'aspetto giovane e bello
di sua sorella e dei fratelli, dei nonni dei suoi
cuginetti con i loro infantili giochi fatti insieme.
Amaro e doloroso destino, quello del viandante
che versò già amarezza nella sua infanzia
con rivoli di lacrime, eppure non bastanti
ad un orfano a supportare dolore, solitudine
e lo sconforto e per alleviare le ferite inferte
dell'angoscia interiore, che ora si ripresentano
attivare l'ultimo pianto di emozioni indelebili.
Il viandante poi raccoglie se stesso e con dignità
muove il passo ormai scomposto e barcollante
dovuto agli anni e si allontana lentamente
con tanta pena negli occhi nell'animo e nel cuore.
Lo seguono gli uccelli in brevi indaganti voli,
in coro fanno udire il loro malinconico trillo,
volano su di lui porgendogli un delicato addio...
Il viandante, dà un ultimo sguardo al luogo
per porre ancora una volta nell'indelebile,
il ricordo della straziante visione che sarà l'ultima
immagine vista e posta nella mente, del suo borgo,
purtroppo un'immagine che aggiunge un'altra greve
croce al suo malato cuore: la sua casa abbandonata
by Domenico Friolo 20O6, agosto
#Dimore Perdute,
