martedì 23 marzo 2021

lunedì 22 marzo 2021

RIMEDIANTI, STREGHE, FATTUCCHIERE E “MASCIARE” di Maria Grazia Conte 2021 03 21

RIMEDIANTI, STREGHE, 
FATTUCCHIERE E “MASCIARE”
di Maria Grazia Conte 
Policoro 2021 03 21

Leggi anche:  RIMEDIANTI, STREGHE, FATTUCCHIERE E “MASCIARE”  
IL RISCATTO DELLA DONNA


 La figura della rimediante ha un ruolo centrale all'interno della pratica della fascinazione, senza la sua persona che funge da ponte, durante la fase oniroide, tra l’elemento fascinatore e quello fascinato, non si potrebbe avere una risoluzione magica della stessa. 

La rimediante di solito è una donna ma tale pratica può essere svolta anche dagli uomini. Nella società lucana di un tempo e anche in quella odierna questi individui vengono denominati “masciari”. 

E’ opportuno fare una distinzione tra i “masciari” cosiddetti buoni e quelli cattivi. 

Le rimedianti rientrano nella categoria dei buoni  e praticano la magia solo ed esclusivamente per fare del bene alla gente senza chiedere nulla in cambio. 

Nella seconda categoria rientrano coloro i quali hanno venduto l’anima al diavolo, praticano la magia nera e fattura a morte, dietro un ingente somma di denaro. 

Si crede che essi vadano in giro di notte, cavalcando dei cani, verso le abitazioni delle persone che vogliono colpire oppure assumono le sembianze di serpenti, rospi, conigli, gatti e topi. 

Per diventare masciara si fa una lunga pratica di iniziazione sotto la guida di un'altra masciara : la novizia deve procurare attraverso un maleficio la morte di una persona cara. Tutte le formule di insegnamento di scongiuro vengono tramandate solo in giorni di festa  come il Natale o la Pasqua, definiti giorni “grannili”, cioè di grande solennità. 

La figura della rimediante rientra in una tradizione millenaria che vede le donne protagoniste come streghe, fattucchiere, maghe, custodi di un grande sapere tipicamente femminile che in diverse epoche hanno rivestito un ruolo di grande importanza nella società. 
Esse sono l’espressione dell’evoluzione del ruolo sociale della donna, che molto spesso a rischio della propria vita, decidono di esercitare il proprio diritto alla libertà. 

E’ pur vero che anche gli uomini praticavano la magia ma in maniera limitata, il mondo maschile era principalmente politico e religioso, pertanto essi relegavano l’immagine della stregoneria come fenomeno prettamente femminile, per poter escludere le donne dagli ambiti sociali più importanti. 

Già nel V secolo a. c. nelle “dodici tavole”, il codice giuridico romano, si proibiva la pratica associata alla magia ma furono consentite alcune pratiche private che porteranno alla proliferazione della stregoneria nel mondo antico. 

La letteratura è piena di immagini di donne che esercitano poteri magici ad esempio una delle figure più interessanti della stregoneria classica è la maga Circe . 

Virgilio la rappresenta come una maga che riusciva a trattenere gli uomini condizionandone la volontà.  

Si costruisce quindi un’immagine della donna, come origine di malefici che sarà promossa dal cristianesimo e durerà fino ai giorni nostri. 

Si può considerare la maga Circe come una sorta di progenitrice delle nostre “masciare”, nel momento in cui cerca di legare a sé il proprio amato attraverso la magia, una donna che si oppone all'ordine sociale maschile, quando cerca di trattenere il proprio amato contro la sua volontà. 

La tradizione greco-romana è piena di queste figure femminili, simboli e icone dell’arte magica. Un altro esempio è quello di Medea che incarna la dimensione malefica della passione amorosa che la legava a Giasone. 

Anche Didone può essere annoverata in questo gruppo di donne, regina di Cartagine, la sua figura si colloca tra mitologia e storia. 

Ella non è un adattamento alla maga Circe, perché non è una semplice strega, ma una donna innamorata che si suicida con la spada del suo amante. 

Didone è un esempio di donna che si trasforma in strega per motivi di circostanza cioè trattenere a sé il proprio amato, da una parte è un’innamorata in preda alla disperazione, dall'altra è una donna che conosce i poteri delle streghe. 

I personaggi menzionati finora sono gli esempi più eclatanti di donne che attraverso la magia riescono a influenzare il mondo maschile, che inevitabilmente le relegava in un gradino più basso della scala sociale. 

Esse rimangono nell'immaginario collettivo perché la letteratura greco-romana le conduce fino ai giorni nostri. 

Esse erano Dee o grandi regine sospese in un tempo a metà strada tra la mitologia e la storia.

Leggi anche:  RIMEDIANTI, STREGHE, FATTUCCHIERE E “MASCIARE”  
IL RISCATTO DELLA DONNA

domenica 21 marzo 2021

RIMEDIANTI, STREGHE, FATTUCCHIERE E “MASCIARE”: IL RISCATTO DELLA DONNA di Maria Grazia Conte 2021 03 21

RIMEDIANTI, STREGHE, 
FATTUCCHIERE E “MASCIARE”: 
IL RISCATTO DELLA DONNA 
di Maria Grazia Conte 
Policoro 2021 03 21

Leggi anche: RIMEDIANTI, STREGHE, FATTUCCHIERE E “MASCIARE”


Ma cosa accadeva alle donne “comuni” che praticavano la magia o semplicemente erano sospettate di praticarla? 

Sono tristemente note le sorti che toccavano a tante donne durante i secoli XII e XIII. 

La chiesa condannava qualsiasi comportamento ritenuto magico tranne la medicina e l’astrologia. 

In quegli anni Tommaso D’aquino scriverà nella sua “Summa Theologie” che il patto diabolico è l’elemento fondamentale della stregoneria. 

In questo quadro tracciato da San Tommaso le streghe non sono più donne ignoranti che si affidano a superstizioni pagane eridate da secoli, ma sono complici del diavolo. 

La relazione tra magia e sesso femminile era presente sia nella tradizione greco-romana, sia in quella medievale in cui secondo il pensiero di Beroja: accusando parte della collettività di stregoneria, si possono difendere interessi politici, perché in quel modo si potevano dominare le masse.

La concezione della magia e di conseguenza la figura delle streghe ad essa annessa cambia nel XIII SEC, la strega diventa colei che esercita i poteri diabolici ed ha rapporti con il diavolo. 

Questa nuova visione della magia è da attribuirsi in larga misura della chiesa che individuava in essa un pericolo poiché si diffondeva rapidamente in tutte le classi sociali, togliendo terreno fertile ai principi religiosi. 

Le cosiddette streghe  subirono una feroce repressione a partire dal XIV secolo, subito dopo l’epidemia della peste nera che aveva fatto nascere una psicosi collettiva che vedeva nelle streghe l’origine di tale epidemia. 

Nasce proprio in questo periodo l’idea che queste donne si riuniscono per adorare il demonio durante il sabba. 

Il manuale che maggiormente ha influito sulla caccia alle streghe  fu il “Malleus Maleficarum”, il martello delle streghe, ad opera degli inquisitori domenicani Jacob Sprenger e Heinrich von Kramer. 

Questo manuale è importante per tutti gli inquisitori perché dà importanti riferimenti su come individuare e interrogare le streghe e come combatterle. 

La strega quindi a partire dalla fine dell’età medievale, sarà un’eretica o un’emarginata, che le istituzioni sociali finivano per condannare a morte, molto spesso ad esserlo erano le donne più indifese, prive della protezione patriarcale.

La figura della rimediante, elemento fondamentale per la risoluzione magica della fascinazione, si inserisce all’interno di questo quadro per alcuni aspetti ma differisce per altri. 

Di sicuro la rimediante non è un personaggio mitologico come la maga Circe che ricorre alla magia solo per amore, ma è una donna la cui figura è fondamentale per l’intera comunità, senza la sua mediazione la crisi della presenza non può essere reiterata sul piano mitico-rituale. 

Ciò che la lega in qualche modo alla figura della maga Circe e di tutte queste altre donne è il momento della legatura amorosa. 

La rimediante non può essere nemmeno paragonata alle streghe che durante il periodo medievale finivano sul rogo perché si credeva fossero dedite all’omicidio dei fanciulli, controllavano le forze della natura, causavano carestie e pestilenze. 

Le rimedianti sono per così dire delle “streghe buone”. 

Il filo conduttore che lega tutte queste donne dedite alla magia nelle sue diverse forme è il riscatto sociale da un mondo maschile che le relegava ad un ruolo sociale subordinato. Nella nostra società contemporanea la donna gode di grande emancipazione e dopo moltissime lotte è riuscita ad avere uguali diritti e doveri dell’uomo. 

Allora viene da chiedersi come mai esistono ancora le rimedianti, le “masciare” o delle “streghe moderne”? 

Senza dubbio le rimedianti lucane sono le depositarie di sopravvivenza culturali accumulate nel tempo, accanto ad esse nascono nuovi modi di fare magia ed essere streghe. 

Il più importante tra questi è il movimento contemporaneo della wicca che si colloca a metà strada tra religione pagana e magia. 

La sua stregoneria non è collegata a quella medievale, né agli atti tipici delle sette sataniche, non si rifà al culto del demonio ma al neopaganesimo. 

Questo movimento nasce dalle opere di Gerald Gardner. 

I wiccan credono nella divinità “Madre Dea” e in alcuni casi in un “Dio cornuto” suo consorte. 

Questi Dei sono la personificazione della fonte divina di tutte le cose. 

La magia della wicca ha un ruolo fondamentale perché consente di ridare energia al nostro pianeta devastato. 

La magia diventa una pratica religiosa perché mediante riti e incantesimi si creano legami tra l’uomo e la divinità. 

Ogni epoca per quanto moderna e tecnologica possa essere ha sempre bisogno dell’elemento magico che è ereditato e rielaborato a partire da conoscenze accumulate nei secoli riadattandole alle problematiche del proprio tempo, per dirla alla De martino per risolvere la crisi della presenza. 


Leggi anche: RIMEDIANTI, STREGHE, FATTUCCHIERE E “MASCIARE”

PARROCCHIE POLICORO CELEBRAZIONI SETTIMANA SANTA 28 Marzo 4 Aprile 2021

PARROCCHIE POLICORO 
CELEBRAZIONI SETTIMANA SANTA 
Policoro 28 Marzo 4 Aprile 2021



sabato 13 marzo 2021

VIA CRUCIS - GUIDATA DA S.E. MONS.F.NOLE' POLICORO 2015 03 13 demo

VIA CRUCIS  
GUIDATA DA S.E. MONS.F.NOLE' 
CON LA PARTECIPAZIONE DEI SEMINARISTI
DEL SEMINARIO MAGGIORE DI POTENZA
POLICORO 2015 03 13




martedì 9 marzo 2021

ROTONDELLA: CARAMOLA E IL SINNI di DOMENICO FRIOLO

 CARAMOLA E IL SINNI
di DOMENICO FRIOLO
ROTONDELLA 2021 03 09

                             


CARAMOLA E IL SINNI

di DOMENICO FRIOLO

Presentazione a cura di ROCCO ROSA

Avevo perso le tracce di quei ragazzini con cui trascorrevo i pomeriggi a fare i giochi dei poveri: la corsa con lo scaldino, la gara con i cerchi, il gioco “a spizzc” , uno più pericoloso dell’altro, i tuffi sulla terra morbida e riscaldata dal sole dall'allora costruenda "" passeggiata di viale Dante "". Li ho persi di vista anche per una mia propensione a rimuovere una infanzia che allora ritenevo difficile, ma che ora mi torna a colori, le giornate assolate, la simulazione di guida in un camion militare lasciato abbandonato dagli alleati, la scorpacciata di steli di cardi che mi portò diritto all'ospedale per una lavanda gastrica. Uno di quelli, della stagione in cui si abbandonano i giochi per iniziare il cammino della vita, l’ho ritrovato sui social, leggendo poesie che mi attiravano come una lucetta nel buio, mi ridavano sensazioni CARAMOLA E IL SINNI, odori, sentimenti, paesaggi, ma soprattutto la semplicità della vita di bambini che la vita non l’hanno avuta facile. Poi ho scoperto che l’autore di quelle poesie, era lui, Domenico Friolo, venuto ragazzo a Potenza per studiare e poi portato dal lavoro, dalla carriera a mettere casa in Germania. Quelle sue poesie hanno trafitto la mia smemoratezza e mi hanno ricondotto al calore di quella amicizia, ai colori persi di quella stagione. Io allora non sapevo che lui, Domenico, avesse quelle capacità che fanno di un uomo uno scrittore, un poeta della memoria: quella straordinaria semplicità nel tuffarsi nelle acque chiare del passato per riportare alla luce con freschezza e nitore le immagine carpite, i suoni ascoltati, i profumi di un tempo. Che forse sono un lusso oggi in un mondo cambiato, nel quale la velocità della vita frantuma il ricordo, strappa le fotografie, omogenizza i sapori. Ma, in quei versi, c’è il dovere di passare il testimone ad altre generazioni, di raccontare la vita vista dalla parte delle radici, di tramandare, insieme alle sensazioni, anche valori e messaggi. “Un dovere verso i figli- dice lo stesso Domenico-, un modo per condurli per mano ad una riflessione della vita nei borghi lucani. Improntata ad una quotidianità rurale, faticosa quanto dignitosa” E, in quelle parole, non si narra delle famiglie abbarbicate sulle le colline del Sinni, ma di tutta la famiglia lucana sparsa alle prese impaurita dall'ululato dei lupi o soggiogata dal volo di un falco.

CARAMOLA E IL SINNI

di Domenico Friolo.

Al cantar del gallo,

ancora assonnati,

ci mettevano in cammino...

C’era da percorrere molta strada,

prima di giungere a Caramola,

vammacare* sulla riva del Sinni.

Il canto di cardilli, gioiosi,

beccare il cardo,

mi è rimasto nel cuore.

Come la calandra alzarsi in volo,

sorpresa e spaventata,

dal mio giungere incauto.

Mi è rimasto nel cuore,

Il largo greto del Sinni,

e l’intrecciarsi delle sue acque.

Gli acquari deviati

da un colpo di zappa,

invadere i frutteti,

il bimbo che ero, divertito posare

pezzetti di legno

che la corrente portava via, mentre

Mio padre, si inventava pescatore.

Preso un ramo secco,

uno spago e un amo,

si portava sul fiume.

Gamberi di acqua dolce,

forelle e anguille,

chiedevano pazienza.

Un cervone steso al sole,

poco lontano, sonnecchiava.

Poi, in quel mondo rurale,

si riuniva la famiglia per il pranzo.

Una tovaglia stesa per terra,

vi si poggiava il vino, la " iasca *

venivano aperti gli "stiavucchi,"

che contenevano salciccia,

cacio, olive, lardo, sottolii

e quel buon pane, mai vecchio.

Mi è rimasto nel cuore,

il profumo di sigaretta:

tabacco forte, arrotolato in cartina,

fumato dagli adulti a fine pranzo.

Le donne, intanto, sparecchiavano,

e gli uomini iniziavano a sistemare,

il raccolto di frutta, in "spurton"

attaccati ai lati del "masto",

posto sulla groppa della cavalcatura.

Alla "vasci'ora" ci incamminavano,

percorrendo ripide mulattiere

che conducevano al paese:

un arroccato di case di pietra

che cerchiavano la collina.

Caramola e il Sinni,

come dimenticare…

by Domenico Friolo

*Vammacare: frutteti tipici di Caramola, località agreste con terreni molto fertili.

* iasca: tipico contenitore in creta per acqua potabile *Stiavucchi: tipici grandi tovaglioli( o piccole tovaglie) molto pratici per molti usi: annodati divenivano piccole borse. Masto=basto. Spurton= capienti sporte, contenitori profondi e circolari e circolari fatti di strisce di canne. Vasci'ora = ore pomeridiane.

 


lunedì 8 marzo 2021

FORMULE DELLA FASCINAZIONE, ESEMPI E METAFORE di Maria Grazia Conte 2021 03 07

FORMULE DELLA FASCINAZIONE, 
ESEMPI E METAFORE
di Maria Grazia Conte  
Dott.ssa in Antropologia
2021 03 07

 

Dopo avere tracciato per linee generali il percorso del fascino attraverso i secoli, viene da chiedersi che cos'è che ancora oggi permette al fascino di resistere nella società lucana? 
Di sicuro non si può prescindere dagli studi di De Martino, punto di partenza fondamentale della questione, il cui pensiero per certi versi risulta attuale, nella misura in cui guardiamo le nostre società capitalistiche come produttrici di crisi della presenza individuale.
 
Le fonti a disposizione che potrebbero dare una risposta a questo quesito sono relativamente scarse, in quanto sotto la spinta di De martino, molti hanno condotto ricerche sul nostro territorio negli anni 50’-60’, ma l’interesse verso tale fenomeno è andato via via scemando, lasciando poche tracce nella letteratura contemporanea. 

Per cercare di dare una risposta a questo quesito cercherò di fare una comparazione tra i classici studi di De Martino, il recentissimo contributo di Roberto Ausilio che osserva il fenomeno da un punto di vista psicologico tentando di spiegare quali siano le metafore che sostengono la fascinazione e quale importanza esse assumono nelle pratiche terapeutiche e una mia piccola ricerca condotta nei paesi lucani della costa jonica. 

La fascinazione è considerata da De Martino come una “sopravvivenza culturale” che vive ancora oggi nella memoria e nell’inconscio collettivo delle comunità locali, sempre in stretta relazione con il contesto culturale in cui si sviluppano, un contesto in continuo movimento. 

Il momento magico non può essere isolato dal contesto culturale e lo stesso De Martino afferma: una volta che si imbocchi la via dell’astratta comparazione delle tecniche protettive della magia ovunque si presentino come tecniche, si perde il criterio per distinguere la magia come momento culturale della magia come conato tecnico che fallisce”. 

Gran parte dell’importanza della fascinazione è racchiusa nella potenza della ritualità e delle sue parole. 
Esiste un formula standard che viene recitata durante il rituale che può assumere diverse sfumature a seconda della località in cui ci troviamo. 
Non riporterò la formula per rispetto delle nostre tradizioni e perché non sarebbe valida senza un rito di iniziazione che descriverò più avanti. 
Le parole del rito sono pronunciate da una rimediante che con il pollice provvede a tracciare il segno della croce sulla fronte dell’ affascinato. 
Ella durante la recitazione entra in una condizione psichica oniroide attraverso la quale penetra nello stato di fascinazione del paziente, tutto ciò produce una serie di sbadigli che fanno versar lacrime da parte della rimediante nel caso di fascinazione, se questi sintomi non si presentano il paziente non è fascinato. 

In particolari zone della Lucania lo sbadiglio assume un importanza notevole perché se la rimediante sbadiglia al Pater il fascino è causato da un uomo, se si sbadiglia all’Ave Maria sarà una donna. 
Tutte le varianti in generale seguono questo modello: l’immunità battesimale, la trinità che scaccia tre elementi fascinatori oppure gli occhi invidiosi sono fronteggiati dai Santi.

Le ricerche etnologiche di De Martino portano a collegare la fascinazione a particolari ambiti dell’esistenza dell’individuo e più precisamente alla malattia, all’infanzia e all’amore. 

Nella fascinazione in amore la pratica rituale è usata per legare a sé la persona amata e non per difendersi da una forza maligna. 
Ad utilizzare maggiormente questo espediente è la donna perché generalmente nella società dell’epoca era l’elemento passivo a differenza dell’uomo. 
Ella prepara dei veri e propri filtri amorosi caratterizzati da sangue catameniale, secrezioni femminili, peli delle ascelle o del pube o il sangue delle vene. 
Tali filtri, dopo essere stati opportunamente consacrati, vengono mischiati nei cibi o nelle bevande. 
A seconda delle località questo filtro viene preparato in modo diverso. 
La malattia è uno dei momenti in cui il negativo si manifesta in tutta la sua potenza, con il rischio ben più grave dello smarrimento totale della presenza. 
In realtà ad essere importante non è tanto il sintomo, che assume una posizione secondaria, ma la volontà di sentirsi liberi dalla legatura e dal senso di denominazione. 
Proprio per questo motivo le pratiche magiche risolvono sempre la malattia non a livello organico ma a livello psicologico.

Nell’ambito della malattia troviamo tutta una serie di riti magici per proteggere l’infanzia, considerato come un momento delicato e particolarmente esposto alla fascinazione. 
Tale esposizione comincia già da quando il nascituro si trova nel grembo, per tanto la madre deve rispettare tutta una serie di “regole” ovviamente di carattere magico. 

De Martino definisce la gravidanza come  una condizione organico-psichica di morbilità magica, cioè di predisposizione a soggiacere a influenze che danneggiano il bambino. 
In questa condizione tutto può tramutarsi in realtà minacciose perfino delle preghiere fatte in chiese, per esempio a Valsinni pregando in chiesa davanti alla Madonna la futura madre deve pronunciare queste parole:<<Bella come te, ma di carne e ossa e con le parole come>>. 
L’infanzia essendo un momento molto delicato dell’esistenza deve essere costantemente protetto da pratiche magiche o da un saluto rituale, per esempio in presenza dei bambini si dice “cresci San Martino” per propiziare la vigoria e per tranquillizzare la madre. Anche per quanto riguarda la crescita ci sono dei riti magici, perché crescere è un mutamento, quindi a rischio magico sono tutti quei mutamenti che riguardano un trapasso, un movimento, un mutamento di stato.

Anche il battesimo ha la sua importanza perché è fortemente connotata da valenze esorcistiche, generalmente colui il quale ha ricevuto il battesimo dovrebbe godere di una certa immunità nella fascinazione, molto spesso infatti nelle parole magiche si ordina al fascino di andare via perché è carne battezzata, per tanto è importante eseguirlo molto presto per proteggersi dalle forze maligne. 

La fascinazione è anche in grado di “rubare” il latte materno, attraverso atti premeditati da parte dell’agente invidioso, oppure semplicemente con uno sguardo invidioso fatto apposta ma non cosciente.

Ausilio conduce una ricerca etnografica per certi versi simile a quella condotta da De Martino, ponendosi questa domanda: cosa rimane oggi dell’antica ideologia del fascino? 
E’ sepolta dal pensiero moderno o scientifico oppure ancora si può riscontrare un funzionamento della mente che si avvicina al pensiero magico? 
Egli svolge una ricerca sul campo tra il 2000 e il 2006, con l’obiettivo di capire il senso della fascinazione nel contesto culturale odierno e capirne la funzioni psicologiche nella vita attuale. 
Egli procede intervistando uno studente universitario di origini lucane, due rimedianti, un medico e un sacerdote. 
Durante la sua ricerca individua diverse formule legate alla fascinazione in cui il fascino viene personificato attraverso una metafora concettuale in cui esso diventa persona perché ha la protezione del battesimo e della trinità. 
Essa è rappresentata dal numero tre, numero sacro e importante nella cristianità e non solo, rappresenta anche la perfezione, la sintesi tra corpo, anima e spirito, e riesce a scacciare i due occhi che ti “hanno affascinato”. 
Le caratteristiche di questa formula sono simili a quella riportata da De Martino circa sessanta anni prima.

domenica 7 marzo 2021

FASCINO FERRATO e ALTRE VARIANTI di Maria Grazia Conte 2021 03 07

FASCINO FERRATO
e ALTRE VARIANTI 
di Maria Grazia Conte  
Policoro 2021 03 07

Leggi anche: FORMULE DELLA FASCINAZIONE, ESEMPI E METAFORE



FASCINO FERRATO e ALTRE VARIANTI

Vi è un’altra variante detto fascino ferrato, si ha nel momento in cui chi ti “affascina” ha un oggetto metallico in mano, per tanto la fascinazione sarà più potente, allora la rimediante non userà il pollice sulla fronte del paziente ma una chiave che sarà poi gettata a terra. In questa formula ritorna nuovamente il fascino come persona che viene esortato ad andare via in nome dei sacramenti cattolici. 

Ausilio identifica nella chiave di ferro una metafora di una possibilità di accesso ad uno stato differente, cioè quello della guarigione. 

Dal punto di vista linguistico nell'ultima farse della formula “u’ mal d’chèp nterr sia chiavèt”, si dà importanza al verbo “chiavèt”, conficcare a terra un chiodo. 

La chiave che ha assorbito il fascino, nel momento in cui viene gettata a terra, rappresenta un gesto liberatorio si scarica per restituire alla terra una forza nociva. 

Se il mal di testa non sparisce si lava il viso con l’acqua per far assorbire il fascino e poi buttarlo in un crocevia, esso è metafora della possibilità di scelta ma anche smarrirsi e perdersi. 

In questa formula è presente la metafora del fascino come malattia contagiosa che può attaccarsi ad altri elementi per poi trasferirsi all'uomo.

Altre varianti richiamano al simbolo della grotta di Betlemme, in cui la madonna e il figlio sono simboli della purezza e in nome di essa si scaccia il fascino, in questa variante la parola “fascino” non viene neanche menzionato. 

In un'altra formula, usata a Gorgoglione, il fascino viene cacciato aggressivamente come durante un esorcismo e Ausilio afferma:”si tratta di una formula carica a diversi livelli, a livello linguistico e fonetico le parole risuonano quasi come un’ anatema la cui sonorità induce timore, dati i molti suoni gutturali e duri delle frasi: a livello simbolico sono presenti elementi in grado di spaventare e incutere grande rispetto, come la morte di Gesù, che per la religione cattolica rappresenta allo stesso tempo un fine e un nuovo inizio, il cambiamento e la salvezza[1]”. 

In questo caso la rimediante ricorda la figura di un esorcista, che si batte contro il fascino-bestia-demonio, la stessa rimediante può essere soggetta all'influsso malefico per tanto ha bisogno di una protezione sacra.

De Martino nella sua ricerca etnografica riconduce il fenomeno fascinazione nell'ambito della miseria psicologica e lo identifica come metodo per scongiurare la crisi della presenza, circa sessant'anni dopo Ausilio ripercorre lo stesso percorso di De Martino in una Lucania in cui le condizioni che sostenevano il fenomeno fascinazione non esistono quasi più, ritrovando ancora le stesse formule magiche leggermente mutate nel tempo, ma ancora ben presenti e utilizzate. 

Egli affronta il fenomeno scomponendo i vari elementi delle formule magiche in metafore e simbolismi della mente umana. 

La metafora a livello conoscitivo e intellettuale è un modo di funzionamento della mente umana che procede per analogia e comparazione. 

Secondo la sua interpretazione il fascino e le sue metafore ci permettono di pensare ed interpretare la realtà, è una sorta di “forma mentis”che ci portiamo dietro. 

Dalle interviste condotte da Ausilio si evince che ancora oggi la fascinazione colpisce il singolo ma il tutto è condiviso dall'intera comunità, questa credenza è diffusa tra gli anziani, ancorati al fenomeno così come lo aveva descritto De Martino, ma allo stesso tempo anche tra i giovani. 

Particolarmente interessante per capire il punto dei più giovani su questo argomento è l’intervista a un giovane studente universitario, che collega in qualche modo l’idea della fascinazione che ha vissuto nella sua infanzia e le sue relative metaforizzazioni con quelle nuove che derivano dalla vita moderna legata ad un'altra città che non è quella di origine. 

Da un punto di vista psicologico si può affermare che la credenza nella fascinazione rientra nelle metaforizzazioni che si acquisiscono nei primi anni di vita, esse vengono immagazzinate nell'inconscio e diventano un termine di paragone per l’esperienza successiva. Ausilio afferma che la fascinazione diventa un ponte di collegamento tra la vita attuale e le proprie radici culturali.

Se si guarda il fenomeno fascinazione attraverso le metafore  prodotte dal pensiero moderno lo interpretiamo come superstizione, se invece è letto con le metafore dell’infanzia diventa un rimedio per alcuni sintomi. 

Allo stesso fenomeno quindi si possono attribuire diversi significati: psicologico, religioso, superstizioso e appartenenza culturale. Nell'intervista fatta a un sacerdote si evince che non è molto convinto sull'efficacia delle formule rituali e fino a che punto siano religiosamente corrette o se in realtà il loro funzionamento si basa sull’ autosuggestione. 

Ancora oggi la chiesa così come ai tempi di De Martino non condanna e non assolve ma si apre a una prospettiva possibilista.

Nelle formule ancora esistenti in Lucania, gli elementi metaforici che si ritrovano sono:il fascino è un entità che gira per le strade e nasce da uno sguardo invidioso, il fascino è persona dotata di proprio movimento, tanto che la rimediante può parlarci esortandolo ad andare via. In base a queste metaforizzazioni del fascino riporto un esempio che risale al 2010 e che coinvolge una madre e una figlia nella fascinazione del latte materno.

La madre racconta che una domenica dopo pranzo comincia ad avvertire  un forte mal di testa e mal di stomaco tanto da arrivare alle lacrime e contemporaneamente anche la bambina comincia a piangere nervosamente. 

Dopo questo senso di dolore e spossatezza si rende conto che il latte materno comincia a diminuire fino a quasi scomparire, quel poco che era stato assunto dalla bambina aveva provocato una forte crisi di pianto e un’anomalia nel colore delle feci. 

La donna ha subito pensato si trattasse di fascinazione del latte materno, per tanto non prese in considerazione la possibilità di andare da un medico per risolvere la situazione. 

A questo punto contatta subito una donna anziana capace di praticare questo rito che con un semplice oggetto appartenente alla madre, nello specifico una forcina per capelli, riesce a spezzare la fascinazione. 

Di colpo i sintomi sono spariti portando subito una sensazione leggera e la comparsa del latte materno. 

A questo punto gli ho chiesto come mai avesse subito pensato che la causa del suo malessere fosse dovuto alla fascinazione e non a un problema medico e se avesse in qualche modo individuato il responsabile. 

La sua risposta è stata che i sintomi della fascinazione sono diversi da tutti gli altri e che fosse quasi certa che il colpevole fosse una donna  dell’est che aveva incontrato il mattino e che costantemente guardava con insistenza lei e la bambina.

Il fascino è anche metafora di malattia contagiosa che può attaccarsi alle persone e agli oggetti, può trasferirsi all'acqua con cui ci si lava il viso o alla chiave , la stessa rimediante durante la recitazione della formula può assorbire il fascino per buttarlo via. 

Il fascino è peso perché nell'immagine in cui esso va a posizionarsi sulla testa diventa grave  peso che rende immobile la vittima come già De Martino aveva notato. 

Il fascino è legatura e impedimento, si può usare per legare a sé la persona amata. 

A questo proposito propongo un altro esempio accaduto nel 2014 che coinvolge una coppia sposata da moltissimi anni e una presunta amante, in cui il legame invisibile del fascino arriva ad essere un vero e proprio asservimento. 

La moglie racconta di aver notato un cambiamento nei comportamenti di suo marito e a quel punto si recò da un “mago” portando una foto del marito sulla quale venne praticato un rito a porte chiuse , nel senso che nessuno dei presenti poté partecipare e vedere cosa accadeva. 

Il “mago” arrivò alla conclusione che c’era stata una fascina ottenuta mescolando del sangue mestruale con il caffè e per spezzare questo legame l’uomo avrebbe dovuto prendere una purga. 

Dopo questo evento l’uomo dimenticò completamente l’altra donna.

All'interno dell’ambito del fascino come legatura rientra anche la fattura a morte. 

Riguardo a questo argomento la gente è un po’ restia a parlarne, l’unico evento che mi è stato raccontato non è molto recente e risale e circa 30 anni fa. 

Il modo in cui questo evento mi viene riferito è abbastanza particolare perché la donna che lo racconta è molto timorosa e mi raccomanda di tenere i piedi incrociati durante l’ascolto della storia. Questo gesto era una sorta di protezione perché era venerdì, mi viene spiegato che sia in questo giorno e sia di martedì i fattucchieri sentono se si parla di questi argomenti e che gli stessi giorni della settimana sono propizi per sciogliere una fattura. In questo evento è coinvolto un uomo che per giorni presentava i classici sintomi della fascinazione, fino al giorno in cui ci fù il matrimonio del cognato, da quel momento i sintomi peggiorarono, tanto che l’uomo si rotolava per terra quasi posseduto da una forza oscura e sentiva dolori ovunque. 

A quel punto i suoi parenti per risolvere la situazione si rivolsero a un “mago” portandogli una maglietta dell’uomo sulla quale fece un rito in una stanza chiusa e in solitudine. 

Alla fine del rito disse che erano arrivati giusto in tempo perché senza il suo intervento la lì a poco l’uomo sarebbe morto. 

La maglietta sulla quale venne effettuato il rito fu tenuta dall'uomo per tre giorni, la magia contenuta nella maglietta eliminò la fattura attraverso le feci. 

Dopo tre giorni guarì completamente. 

Il fascino è anche metafora del mal di testa come chiodo  e di demonio o bestia, in cui assume una connotazione esorcistica. Affascinare e sfascinare è metafora del cucire e dello scucire del fare o del disfare. 

Tramite la formula magica si disfa in qualche modo la realtà e si ricostituisce su un piano mitico rituale, in uno spazio che De martino chiama metastorico, che è al di fuori del presente e della storia. Anche il ritmo delle parole ricorda l’operazione del cucire. 

Ausilio arriva alla conclusione che la fascinazione è l’espressione di una metafora psico-corporea che sostiene la rappresentazione del mondo e dei rapporti tra stati di salute e malattia. 

Accanto alle metafore tipiche della fascinazione ne abbiamo altre che prendono in considerazione il corpo e la sua rappresentazione, in questo caso la metafora del corpo mette una sorta di ponte tra mondi, essa non dà solo interpretazioni razionali, ma comunica anche con quella parte di inconscio che sfugge ad un controllo cosciente.            



[1] Ausilio R., Fascino che vai per la via, Lecce, youcanprint, 2010, pag. 90.