Rotunda Maris
news, notizie, storia, cultura, tradizioni, produzioni cinematografiche, eventi culturali, sport, documentari, dirette tv, rubriche. L’ARCHIVIO STORICO ROTUNDA MARIS è inserito tra gli Archivi di Beni Sonori ed Audiovisivi di Basilicata, nell’ambito del progetto PON per la conservazione, valorizzazione e messa in rete del patrimonio immateriale (musiche, fiabe, racconti storici, feste, ecc.) della Basilicata e della Puglia realizzato dall’Istituto Centrale per i Beni Sonori ed Audiovisivi.
giovedì 14 maggio 2026
GIORNATE NAZIONALI DEI CASTELLI 16/17 MAGGIO - VISITE AL CASTELLO E AL BORGO DI COLOBRARO 2026 05 16-17
GIORNATE NAZIONALI DEI CASTELLI
mercoledì 13 maggio 2026
PERIODO ROTONDELLESE DI EDVIGE VIOLA DA "I RICORDI FELICI DELLA MIA INFANZIA E POESIE" MONTALBANO JONICO 2024 04 29
PERIODO ROTONDELLESE
DI EDVIGE VIOLA DA
"I RICORDI FELICI DELLA
MIA INFANZIA E POESIE"
MONTALBANO JONICO 2024 04 29
Quando papà ci comunicò che dovevamo tornare al nostro paese
calò un silenzio assoluto. Nessuno voleva tornarci, mamma soprattutto. Stavamo
bene a Matera. Ritornammo al paese, nella nostra piccola ma graziosa casetta su
due piani, appena ristrutturata.
A piano terra c’era un piccolo corridoio che divideva il
bagno dalla cucina-soggiorno con un caminetto, dove trascorrevamo le lunghe
serate invernali, con mia madre che sferruzzava e mio padre che ci raccontava
con delicatezza, per non turbarci, la sua vita da soldato di guerra e quella
della sua prigionia a Londra durata ben due anni e noi attenti ad ascoltarlo,
mentre un gatto sornione dormiva al caldo della fiamma, sempre vivida, che mio
padre ogni tanto alimentava con un ciocco di legno profumato.
Mio padre era un uomo generoso, gentile, altruista e
paziente; non alzava mai la voce e non parlava mai male di nessuno, però aveva
il vizio del fumo (fumava più di un pacchetto al giorno) e, quando era in
compagnia, a volte, beveva qualche bicchiere di vino in più e allora diventava
brioso. Non ho mai conosciuto nella mia vita una persona più brava e speciale
di mio padre.
Sotto la finestra della cucina-soggiorno che si affacciava
sul marciapiede del corso c’era il lavello e così, mentre si lavava i piatti,
si poteva vedere tutto quello che succedeva fuori e la gente che passava perciò
bisognava parlare a bassa voce per evitare di far sapere I fatti nostri.
Al piano di sopra c’erano una stanzetta con un terrazzino
interno dove c’era una scala estraibile che portava alla soffitta in cui di
solito conservavamo le cose che non servivano più e la stanza da letto molto
luminosa con un balcone variamente dipinto da mio fratello, che si affacciava
sul corso principale del paese.
Sul largo marciapiede, di fronte casa che sovrastava la
‘costa’ da cui si vedeva tutta la campagna circostante, con un panorama
mozzafiato, c’erano gli alberi di ‘caggi’ che ombreggiavano tutta la strada e
dove la gente “prendeva il fresco”; i vecchi seduti alla panchina di legno
ciarlavano dei loro trascorsi, fumando tabacco profumato che mettevano nelle
cartine e noi bambini del rione “Girone” giocavamo a nascondino, a girotondo,
alla campana e alla fune.
Una carrellata di volti sfilano davanti ai miei occhi:
Carmela, Lina, Rosa e Felicetta Simone, Rosalinda, Teresa, Maria, Tilde, Alba e
anche i nostri fratelli minori Pino, Salvo, Rocco ed Enzo. Qualche volta si
litigava, ma le mamme attente intervenivano subito a mettere pace.
Mi piaceva tanto stare fuori a giocare, ma c’erano le regole
che mamma aveva dato e bisognava rispettarle! Io ero quella che trasgrediva
sempre e quando rientravo in casa, erano rimproveri e volava anche qualche
schiaffo.
Il mio paese, piccolo e tondo, aveva tante stradine, vicoli
stretti e scalinate; le case, le une vicine alle altre, sembravano stare a
braccetto. Le finestre e i balconi erano talmente vicini che sembravano tanti
occhi indiscreti che entravano a infrangere il tuo privato e per questo si
sapeva tutto di tutti, anche non volendo.
Era solito vedere nei vicoli I panni stesi ad asciugare da un
balcone all’altro o da una finestra all’altra con le relative mollette di
legno, dando così un tocco di colore e rendendo caratteristico ogni vicoletto.
Com’era colorato e pittoresco il mio borgo allora! D’estate
la gente sedeva davanti alle porte di casa, sempre aperte, mai chiuse a chiave
(non c’era paura di ladri allora), formando crocicchi. Di solito i vicini
preferivano riunirsi davanti casa mia perché mia madre riusciva, con la sua
simpatia, allegria e generosità, come un polo attrattivo, a farli divertire.
Sapeva raccontare, con molto umorismo, fatti simpatici e
paradossali che le erano accaduti e prima che le uscissero le parole di bocca,
esplodeva, lei per prima, in una risata cristallina che contagiava tutti i
presenti e per la gran risata le uscivano le lacrime dai suoi begli occhi, neri
e penetranti che sembravano leggerti dentro.
Mamma era nata nel primo novecento ed era tanto orgogliosa di
aver frequentato la sesta elementare; conosceva a memoria moltissime poesie e
racconti e tutta la vita di Gesù, che mi raccontava, commuovendosi e facendo
commuovere anche me. Lei è stata la mia prima maestra e mi ha trasmesso l’amore
per la letteratura e la scrittura.
Si continuava a chiacchierare fino all’ora di cena. Dopo la
cena spesso ci si riuniva in casa di qualcuno a giocare a carte o
s’improvvisava una serata con alcuni musicanti, sempre disponibili, e si
ballava, divertendosi in modo semplice e genuino, fino a tarda notte.
La gente sembrava felice. Si voleva rialzare dalle sofferenze
portate dalla guerra appena finita. Si aveva voglia di ricostruire non solo le
case ma anche le anime.
Altre volte si andava a casa della fidanzata di mio fratello.
Mia cognata, era bellissima, aveva i capelli scuri e gli occhi neri, messi in
evidenza ancora di più dalla sua carnagione chiara; aveva un bel corpo snello e
vestiva in modo sobrio ed elegante, anche perché lei era sarta e aveva bei
gusti.
Spesso rimanevo a dormire da lei perché aveva quattro sorelle
e due fratelli gemelli e mi divertivo molto con loro. Dormivamo tutte in un
lettone e chiacchieravamo e ridevamo fino a notte fonda.
Degli anni delle elementari ho solo vaghi ricordi. Ricordo,
però, il giorno in cui la mia compagna di scuola partì per l’America (Brooklyn)
con la sua famiglia. Ho sofferto tanto quel distacco, mi sembra di avere anche
pianto. Frequentavamo la III elementare e adoravo quell’amica. È stato il primo
dolore della mia vita.
Non l’ho più rivista, ma siamo state in contatto epistolare
fino alla metà degli anni ’60 e le sarò sempre grata perché grazie ad alcuni
dischi, in particolare a uno dei primi LP dei Beatles, che lei mi aveva
spedito, ho potuto conoscere un po’ di musica inglese e alcuni artisti famosi
in America, che stavano facendosi conoscere anche in Italia.
Un altro episodio che ricordo è, quando convinsi la mia
classe a fare sciopero e quel giorno, nessuno andò a scuola; ciò che successe
dopo, in seguito a quel fatto, l’ho rimosso completamente.
Inoltre come posso non ricordarmi del mio caro e buon maestro
Valentino Rondinelli, uomo di bell’aspetto e di nobili sentimenti, autorevole
ed empatico, che ho sempre stimato e mai dimenticato?
Ci sono altri ricordi di feste in famiglia che mi fa
tenerezza estrarre dal cassetto della memoria. Soprattutto il Natale. Non ho
più sentito nella mia vita lo spirito di Natale, quell’aria magica che ogni
anno esplodeva in casa dei miei genitori e che riempiva il mio cuore di pura
gioia.
Quest’atmosfera cominciava quando, come ogni Natale, entrava
in casa un vecchio zio di mia madre con un sacco di iuta, pieno di ogni ben di
Dio e già per noi era una festa. Non ho mai dimenticato quel vecchio e gentile
signore che mi ricordava tanto Babbo Natale.
E ancora l’albero di ginepro, verde e profumato, collocato
sul pianerottolo delle scale e mia madre che, di buon mattino, andava al
negozio per comprare le cioccolate a forma di angioletti e babbi natali da
appendere sui rami pungenti e intorno all’albero, noi felici, appendevamo i
mandarini con le foglie, qualche rametto di vischio, le castagne ancora nel
riccio e fiocchetti di neve fatti con l’ovatta, per innevare l’albero.
Ricordo con chiarezza mio fratello maggiore che si alzava
all’alba per non essere disturbato da noi più piccoli, intento a preparare con
la creta le casette, gli animali e tanti personaggi del presepe da collocare
sotto l’albero con il muschio appena raccolto da mio padre. Tutti partecipavamo
a questo evento.
Ricordo ancora con struggente nostalgia la cena con i nonni
paterni e gli zii, le letterine dei buoni propositi da mettere sotto il piatto
di papà e la poesia da recitare a metà cena, in piedi sulla sedia, per
emozionare i presenti, e, ancora, il caminetto acceso con i ceppi scoppiettanti
che sembravano partecipare alla nostra gioia.
Che nostalgia di quei Natali, quando la magia
dell’immaginazione faceva vedere cose che non esistevano: Babbo Natale e la
Befana che, se ti fossi comportato bene c’era un dono oppure cenere e carbone!
A poca distanza da noi, in una strada parallela al corso
principale, abitavano i miei nonni paterni in una casa a due piani: al piano
terra abitava mia zia e Il primo piano era occupato da loro.
Mi sembra ancora di vedere mio nonno seduto su una panca di
pietra collocata davanti casa con il suo fedele cane pastore, intento a leggere
il quotidiano, tenendolo proprio sotto il naso perché era miope e mia nonna (mamma ranna, cioè mamma grande) sempre
impegnata a badare ai nipotini, figli della figlia.
Nonno era un uomo tranquillo e generoso e ci regalava sempre
i soldini per le caramelle, portava sempre un gilè nel cui taschino c’era un
orologio con una lunga catenella che usciva fuori. Non ricordo di averlo mai
visto col cappello o la coppola come si usava allora.
Nonna, invece, era seriosa e sempre triste; vestiva di nero e
aveva perfino il fazzoletto in testa nero, perché le era morto un figlio sotto
le macerie di una casa crollata, lasciando orfani tre bambini piccoli. Fu una
grande tragedia che colpì tutti noi.
Spesso venivano a pranzo da noi, immancabilmente alle feste
importanti come la festa del Santo Patrono Sant’Antonio il 13 giugno.
Mia sorella ed io non vedevamo l’ora che arrivasse questo
giorno, perché dovevamo indossare l’abito nuovo che mamma era solita farci
cucire, ogni anno, dalla sarta Santina, che era la più brava del paese.
In particolare ricordo quello celeste con tante pieghe e col
corpetto ricamato a punto smock, mentre quello di mia sorella era rosa,
anch’esso ricamato, (di solito vestivamo uguali per evitare gelosie fra noi).
Eravamo orgogliose e impazienti di sfoggiare I nostri vestiti.
I giorni 10-11-12 di giugno erano quelli più intensi. Il
paese si vestiva a festa e ci lasciavamo andare ai tanti colori delle
luminarie, agli odori, ai sapori, alle curiosità…
Le strade erano piene di bancarelle di vari articoli. Ero
attratta da quelle che vendevano gli animali e m’incantavo a guardare gli
uccellini, i pappagalli parlanti, le tartarughine e I pesciolini rossi che
guizzavano nelle vaschette di vetro.
Il momento più emozionante però era la cassa armonica che
faceva da padrona nella piazzetta ai piedi della scalinata che portava alla
Chiesa del convento, dove era situata la statua del Santo.
L’orchestra suonava pezzi di musica classica e operistica, ma
l’ultima sera, che noi aspettavamo con ansia, era quella dedicata alla musica
leggera, soddisfacendo così ogni gusto musicale.
L’ultimo giorno della festa iniziava la mattina all’alba con
la corsa dei cavalli: che grande emozione provavo nell’essere svegliata da
quello scalpitio! Mi alzavo dal letto e correvo sul balcone, per vederli
galoppare incitati ad alta voce dai loro fantini, e finiva la notte, con i
fuochi d’artificio, che guardavo con stupore, con gli occhi rivolti al cielo e
le mani sulle orecchie, per attutire I rumori dei botti.
Un altro momento felice ed eccitante era in estate quando ci
organizzavamo per andare al mare. I miei cuginetti partivano con la Topolino,
guidata dal padre, molto tempo prima di noi e rimanevano al mare tutta l’estate,
in una bella baracca collocata sulla spiaggia accanto a tante altre.
Noi li raggiungevamo con il pullman. Mia madre ed io
partivamo all’alba e già dal cucuzzolo della mia collina ecco appariva il mare,
maestoso, tanto grande che sembrava unirsi al cielo. Man mano che il pullman si
avvicinava, il mare diventava sempre più vasto, i suoi colori andavano
dall’azzurro al blu, si vedevano persino le onde con la cresta spumeggiante e
riuscivo a scorgere persino qualche barchetta che rientrava dalla pesca notturna
per vendere il pesce fresco ai ‘baraccanti’.
Ero così felice che prima di raggiungere la baracca, correvo
sulla spiaggia, lasciando le impronte dei miei piedini sulla sabbia, per poi
immergermi subito nell’acqua del mare, cristallina, salata e fresca e mi
sentivo in perfetta armonia con esso. Ancora oggi, pensando a quel momento,
provo la medesima emozione.
Ero preoccupata quando era l’ora del bagno, perché mamma si
tuffava tra le onde e andava al largo a nuotare ed io dalla riva gridavo: mamma
torna indietro! Lei, però, non mi sentiva e quando finalmente tornava, mi
rimettevo a giocare tranquilla sul bagnasciuga, costruendo i castelli di sabbia
con le mie cuginette.
Quando tornavamo a casa stanche, veniva sempre la comare
Carmela ad aiutare mia madre nei lavori di casa, perché lei non ce la faceva da
sola. Ero molto legata a questa signora, era come una di famiglia, le volevo
bene; spesso mi difendeva e mi proteggeva dalle botte di mia madre, quando ne
combinavo una delle mie.
EDVIGE VIOLA I RICORDI FELICI DELLA MIA INFANZIA E POESIE MONTALBANO JONICO 2024 04 29
LA MADONNA DEL CARMINE DI DOMENICO FRIOLO ROTONDELLA 2026 05 13
LA MADONNA DEL CARMINE
di DOMENICO FRIOLO
ROTONDELLA 2026 05 13
LA MADONNA DEL CARMINE
Presentazione.
PROCESSIONE SU CARRO ACCOMPAGNATO DAI CAVALLI FESTA MADONNA DEL PONTE POLICORO 2026 05 17
AFFIDAMENTO DEI BAMBINI ALLA MADONNA FESTA MADONNA DEL PONTE PIAZZA ERACLEA POLICORO 2026 05 17
FESTA MADONNA DEL PONTE
AFFIDAMENTO DEI BAMBINI
ALLA MADONNA
DOMENICA 17 MAGGIO
PIAZZA ERACLEA
POLICORO 2026 05 17
DOMANI TORNANO IN CITTA' LE TAVOLE DI ERACLEA, SI LAVORA PERCHE' RESTINO NEL MUSEO DELLA SIRITIDE CITTÀ DI POLICORO 2026 05 13
DOMANI TORNANO IN CITTA'
LE TAVOLE DI ERACLEA,
SI LAVORA PERCHE' RESTINO
NEL MUSEO DELLA SIRITIDE
CITTÀ DI POLICORO 2026 05 13
L’arrivo a Policoro delle preziose Tavole di Eraclea, rappresenta un evento importante e identitario per la città. A dichiararlo è il sindaco, Enrico Bianco, che domani parteciperà al convegno celebrativo di questo grande ritorno. «Le Tavole di Eraclea -spiega Bianco- sono un tassello fondamentale per ricostruire la meravigliosa narrazione storica della nostra città, della sua ciclicità e del suo destino. Il rientro nel nostro museo nazionale della Siritide è fissato al momento fino a dicembre prossimo, ma rivendicheremo la loro definitiva collocazione all’interno del nuovo allestimento che il museo si appresta ad avere, e lavoreremo su più fronti perché questo accada. E' il primo testo nella storia che disciplina i confini terrieri -rimarca Bianco- un elemento importantissimo che si ripeterà nei secoli successivi con la Riforma fondiaria, che ha dato origine all’odierna Policoro e al suo sviluppo agricolo, giunto a livelli importanti in Italia e nel mondo». Il sindaco chiederà alle Direzioni competenti del ministero della Cultura il rientro definitivo delle Tavole nel presidio museale cittadino, la cui istituzione risale al 1969. «Il museo della Siritide -spiega il sindaco- con il Parco archeologico, il recente tempio moderno sospeso, il teatro scoperto nei mesi scorsi e altre emergenze archeologiche, configura un complesso unitario di beni culturali e paesaggistici strettamente legati al sito di rinvenimento delle Tavole di Eraclea e alla storia della polis antica, nel quale la ricollocazione delle Tavole stesse assumerebbe un elevatissimo valore di coerenza storica, territoriale e scientifica. La destinazione delle Tavole di Eraclea al museo della Siritide, sarebbe pienamente coerente con i principi dei decreti legislativi 42/2004 e 152/2006, che promuovono tutela e valorizzazione integrate del patrimonio culturale e del paesaggio, privilegiando la contestualizzazione dei beni nel loro ambito storico-territoriale di riferimento. La ricollocazione nel territorio di provenienza delle Tavole di Eraclea -conclude il sindaco- assume quindi una forte valenza identitaria ed educativa, restituendo alla comunità della Siritide il suo documento simbolo e offrendo a scuole, università e pubblico un potente strumento per comprendere in continuità la storia del territorio». Bianco ringrazia il professor Massimo Osanna, lucano doc, per aver mantenuto l’impegno assunto per questo trasferimento temporaneo, e Carmelo Colelli per l’instancabile lavoro che sta mettendo in campo nel dirigere il nostro museo. Domani (giovedì 14 maggio), alle ore 17.30, nel museo Siritide, si terrà un incontro dedicato al ritorno delle Tavole di Eraclea, concesse in prestito dal Museo nazionale di Napoli (Mann) fino al prossimo novembre.LE TAVOLE DI ERACLEA DESCRIZIONE DI ALFONSO GALOTTO POLICORO 2026 05 13
LE TAVOLE DI ERACLEA
DESCRIZIONE DI
ALFONSO GALOTTO
POLICORO 2026 05 13
Le tavole di Heraclea, rinvenute nel 1732 nel greto del torrente Salandrella (ora Cavone), contengono due decreti in lingua greca databili alla fine del IV secolo a.C. relativi alla delimitazione e localizzazione di terreni dei santuari di Dionisio e Athena Polias.
Sul lato opposto, quello lasciato libero dalle iscrizioni greche fu inciso un testo in latino in età cesariana.
Nel video che ho realizzato, tratto da uno studio di Carlo Bertagnolli nel 1881, viene riportata la traduzione delle Tavole in lingua italiana e vengono descritte le vicende agricole, con spunti di carattere sociale, del territorio della Magna Grecia.
Le tavole sono conservate nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli.












