giovedì 14 maggio 2026

GIORNATE NAZIONALI DEI CASTELLI 16/17 MAGGIO - VISITE AL CASTELLO E AL BORGO DI COLOBRARO 2026 05 16-17

GIORNATE NAZIONALI DEI CASTELLI 
16/17 MAGGIO  

VISITE AL CASTELLO 
DEI PRINCIPI CARAFA
E AL BORGO DI COLOBRARO 

2026 05 16-17






#IstitutoItalianoDeiCastelli, #MinisteroDellaCultura, #GiornateNazionaliDeiCastelli,



mercoledì 13 maggio 2026

PERIODO ROTONDELLESE DI EDVIGE VIOLA DA "I RICORDI FELICI DELLA MIA INFANZIA E POESIE" MONTALBANO JONICO 2024 04 29

PERIODO ROTONDELLESE 
DI EDVIGE VIOLA DA 
"I RICORDI FELICI DELLA 
MIA INFANZIA E POESIE" 

MONTALBANO JONICO 2024 04 29

Quando papà ci comunicò che dovevamo tornare al nostro paese calò un silenzio assoluto. Nessuno voleva tornarci, mamma soprattutto. Stavamo bene a Matera. Ritornammo al paese, nella nostra piccola ma graziosa casetta su due piani, appena ristrutturata.

A piano terra c’era un piccolo corridoio che divideva il bagno dalla cucina-soggiorno con un caminetto, dove trascorrevamo le lunghe serate invernali, con mia madre che sferruzzava e mio padre che ci raccontava con delicatezza, per non turbarci, la sua vita da soldato di guerra e quella della sua prigionia a Londra durata ben due anni e noi attenti ad ascoltarlo, mentre un gatto sornione dormiva al caldo della fiamma, sempre vivida, che mio padre ogni tanto alimentava con un ciocco di legno profumato.

Mio padre era un uomo generoso, gentile, altruista e paziente; non alzava mai la voce e non parlava mai male di nessuno, però aveva il vizio del fumo (fumava più di un pacchetto al giorno) e, quando era in compagnia, a volte, beveva qualche bicchiere di vino in più e allora diventava brioso. Non ho mai conosciuto nella mia vita una persona più brava e speciale di mio padre.

Sotto la finestra della cucina-soggiorno che si affacciava sul marciapiede del corso c’era il lavello e così, mentre si lavava i piatti, si poteva vedere tutto quello che succedeva fuori e la gente che passava perciò bisognava parlare a bassa voce per evitare di far sapere I fatti nostri.

Al piano di sopra c’erano una stanzetta con un terrazzino interno dove c’era una scala estraibile che portava alla soffitta in cui di solito conservavamo le cose che non servivano più e la stanza da letto molto luminosa con un balcone variamente dipinto da mio fratello, che si affacciava sul corso principale del paese.

Sul largo marciapiede, di fronte casa che sovrastava la ‘costa’ da cui si vedeva tutta la campagna circostante, con un panorama mozzafiato, c’erano gli alberi di ‘caggi’ che ombreggiavano tutta la strada e dove la gente “prendeva il fresco”; i vecchi seduti alla panchina di legno ciarlavano dei loro trascorsi, fumando tabacco profumato che mettevano nelle cartine e noi bambini del rione “Girone” giocavamo a nascondino, a girotondo, alla campana e alla fune.

Una carrellata di volti sfilano davanti ai miei occhi: Carmela, Lina, Rosa e Felicetta Simone, Rosalinda, Teresa, Maria, Tilde, Alba e anche i nostri fratelli minori Pino, Salvo, Rocco ed Enzo. Qualche volta si litigava, ma le mamme attente intervenivano subito a mettere pace.

Mi piaceva tanto stare fuori a giocare, ma c’erano le regole che mamma aveva dato e bisognava rispettarle! Io ero quella che trasgrediva sempre e quando rientravo in casa, erano rimproveri e volava anche qualche schiaffo.

Il mio paese, piccolo e tondo, aveva tante stradine, vicoli stretti e scalinate; le case, le une vicine alle altre, sembravano stare a braccetto. Le finestre e i balconi erano talmente vicini che sembravano tanti occhi indiscreti che entravano a infrangere il tuo privato e per questo si sapeva tutto di tutti, anche non volendo.

Era solito vedere nei vicoli I panni stesi ad asciugare da un balcone all’altro o da una finestra all’altra con le relative mollette di legno, dando così un tocco di colore e rendendo caratteristico ogni vicoletto.

Com’era colorato e pittoresco il mio borgo allora! D’estate la gente sedeva davanti alle porte di casa, sempre aperte, mai chiuse a chiave (non c’era paura di ladri allora), formando crocicchi. Di solito i vicini preferivano riunirsi davanti casa mia perché mia madre riusciva, con la sua simpatia, allegria e generosità, come un polo attrattivo, a farli divertire.

Sapeva raccontare, con molto umorismo, fatti simpatici e paradossali che le erano accaduti e prima che le uscissero le parole di bocca, esplodeva, lei per prima, in una risata cristallina che contagiava tutti i presenti e per la gran risata le uscivano le lacrime dai suoi begli occhi, neri e penetranti che sembravano leggerti dentro.

Mamma era nata nel primo novecento ed era tanto orgogliosa di aver frequentato la sesta elementare; conosceva a memoria moltissime poesie e racconti e tutta la vita di Gesù, che mi raccontava, commuovendosi e facendo commuovere anche me. Lei è stata la mia prima maestra e mi ha trasmesso l’amore per la letteratura e la scrittura.

Si continuava a chiacchierare fino all’ora di cena. Dopo la cena spesso ci si riuniva in casa di qualcuno a giocare a carte o s’improvvisava una serata con alcuni musicanti, sempre disponibili, e si ballava, divertendosi in modo semplice e genuino, fino a tarda notte.

La gente sembrava felice. Si voleva rialzare dalle sofferenze portate dalla guerra appena finita. Si aveva voglia di ricostruire non solo le case ma anche le anime.

Altre volte si andava a casa della fidanzata di mio fratello. Mia cognata, era bellissima, aveva i capelli scuri e gli occhi neri, messi in evidenza ancora di più dalla sua carnagione chiara; aveva un bel corpo snello e vestiva in modo sobrio ed elegante, anche perché lei era sarta e aveva bei gusti.

Spesso rimanevo a dormire da lei perché aveva quattro sorelle e due fratelli gemelli e mi divertivo molto con loro. Dormivamo tutte in un lettone e chiacchieravamo e ridevamo fino a notte fonda.

Degli anni delle elementari ho solo vaghi ricordi. Ricordo, però, il giorno in cui la mia compagna di scuola partì per l’America (Brooklyn) con la sua famiglia. Ho sofferto tanto quel distacco, mi sembra di avere anche pianto. Frequentavamo la III elementare e adoravo quell’amica. È stato il primo dolore della mia vita.

Non l’ho più rivista, ma siamo state in contatto epistolare fino alla metà degli anni ’60 e le sarò sempre grata perché grazie ad alcuni dischi, in particolare a uno dei primi LP dei Beatles, che lei mi aveva spedito, ho potuto conoscere un po’ di musica inglese e alcuni artisti famosi in America, che stavano facendosi conoscere anche in Italia.

Un altro episodio che ricordo è, quando convinsi la mia classe a fare sciopero e quel giorno, nessuno andò a scuola; ciò che successe dopo, in seguito a quel fatto, l’ho rimosso completamente.

Inoltre come posso non ricordarmi del mio caro e buon maestro Valentino Rondinelli, uomo di bell’aspetto e di nobili sentimenti, autorevole ed empatico, che ho sempre stimato e mai dimenticato?

Ci sono altri ricordi di feste in famiglia che mi fa tenerezza estrarre dal cassetto della memoria. Soprattutto il Natale. Non ho più sentito nella mia vita lo spirito di Natale, quell’aria magica che ogni anno esplodeva in casa dei miei genitori e che riempiva il mio cuore di pura gioia.

Quest’atmosfera cominciava quando, come ogni Natale, entrava in casa un vecchio zio di mia madre con un sacco di iuta, pieno di ogni ben di Dio e già per noi era una festa. Non ho mai dimenticato quel vecchio e gentile signore che mi ricordava tanto Babbo Natale.             

E ancora l’albero di ginepro, verde e profumato, collocato sul pianerottolo delle scale e mia madre che, di buon mattino, andava al negozio per comprare le cioccolate a forma di angioletti e babbi natali da appendere sui rami pungenti e intorno all’albero, noi felici, appendevamo i mandarini con le foglie, qualche rametto di vischio, le castagne ancora nel riccio e fiocchetti di neve fatti con l’ovatta, per innevare l’albero.

Ricordo con chiarezza mio fratello maggiore che si alzava all’alba per non essere disturbato da noi più piccoli, intento a preparare con la creta le casette, gli animali e tanti personaggi del presepe da collocare sotto l’albero con il muschio appena raccolto da mio padre. Tutti partecipavamo a questo evento.

Ricordo ancora con struggente nostalgia la cena con i nonni paterni e gli zii, le letterine dei buoni propositi da mettere sotto il piatto di papà e la poesia da recitare a metà cena, in piedi sulla sedia, per emozionare i presenti, e, ancora, il caminetto acceso con i ceppi scoppiettanti che sembravano partecipare alla nostra gioia.

Che nostalgia di quei Natali, quando la magia dell’immaginazione faceva vedere cose che non esistevano: Babbo Natale e la Befana che, se ti fossi comportato bene c’era un dono oppure cenere e carbone!

A poca distanza da noi, in una strada parallela al corso principale, abitavano i miei nonni paterni in una casa a due piani: al piano terra abitava mia zia e Il primo piano era occupato da loro.

Mi sembra ancora di vedere mio nonno seduto su una panca di pietra collocata davanti casa con il suo fedele cane pastore, intento a leggere il quotidiano, tenendolo proprio sotto il naso perché era miope e mia nonna (mamma ranna, cioè mamma grande) sempre impegnata a badare ai nipotini, figli della figlia.

Nonno era un uomo tranquillo e generoso e ci regalava sempre i soldini per le caramelle, portava sempre un gilè nel cui taschino c’era un orologio con una lunga catenella che usciva fuori. Non ricordo di averlo mai visto col cappello o la coppola come si usava allora.

Nonna, invece, era seriosa e sempre triste; vestiva di nero e aveva perfino il fazzoletto in testa nero, perché le era morto un figlio sotto le macerie di una casa crollata, lasciando orfani tre bambini piccoli. Fu una grande tragedia che colpì tutti noi.

Spesso venivano a pranzo da noi, immancabilmente alle feste importanti come la festa del Santo Patrono Sant’Antonio il 13 giugno.

Mia sorella ed io non vedevamo l’ora che arrivasse questo giorno, perché dovevamo indossare l’abito nuovo che mamma era solita farci cucire, ogni anno, dalla sarta Santina, che era la più brava del paese.

In particolare ricordo quello celeste con tante pieghe e col corpetto ricamato a punto smock, mentre quello di mia sorella era rosa, anch’esso ricamato, (di solito vestivamo uguali per evitare gelosie fra noi). Eravamo orgogliose e impazienti di sfoggiare I nostri vestiti.

I giorni 10-11-12 di giugno erano quelli più intensi. Il paese si vestiva a festa e ci lasciavamo andare ai tanti colori delle luminarie, agli odori, ai sapori, alle curiosità…

Le strade erano piene di bancarelle di vari articoli. Ero attratta da quelle che vendevano gli animali e m’incantavo a guardare gli uccellini, i pappagalli parlanti, le tartarughine e I pesciolini rossi che guizzavano nelle vaschette di vetro.

Il momento più emozionante però era la cassa armonica che faceva da padrona nella piazzetta ai piedi della scalinata che portava alla Chiesa del convento, dove era situata la statua del Santo.

L’orchestra suonava pezzi di musica classica e operistica, ma l’ultima sera, che noi aspettavamo con ansia, era quella dedicata alla musica leggera, soddisfacendo così ogni gusto musicale.

L’ultimo giorno della festa iniziava la mattina all’alba con la corsa dei cavalli: che grande emozione provavo nell’essere svegliata da quello scalpitio! Mi alzavo dal letto e correvo sul balcone, per vederli galoppare incitati ad alta voce dai loro fantini, e finiva la notte, con i fuochi d’artificio, che guardavo con stupore, con gli occhi rivolti al cielo e le mani sulle orecchie, per attutire I rumori dei botti.

Un altro momento felice ed eccitante era in estate quando ci organizzavamo per andare al mare. I miei cuginetti partivano con la Topolino, guidata dal padre, molto tempo prima di noi e rimanevano al mare tutta l’estate, in una bella baracca collocata sulla spiaggia accanto a tante altre.

Noi li raggiungevamo con il pullman. Mia madre ed io partivamo all’alba e già dal cucuzzolo della mia collina ecco appariva il mare, maestoso, tanto grande che sembrava unirsi al cielo. Man mano che il pullman si avvicinava, il mare diventava sempre più vasto, i suoi colori andavano dall’azzurro al blu, si vedevano persino le onde con la cresta spumeggiante e riuscivo a scorgere persino qualche barchetta che rientrava dalla pesca notturna per vendere il pesce fresco ai ‘baraccanti’.

Ero così felice che prima di raggiungere la baracca, correvo sulla spiaggia, lasciando le impronte dei miei piedini sulla sabbia, per poi immergermi subito nell’acqua del mare, cristallina, salata e fresca e mi sentivo in perfetta armonia con esso. Ancora oggi, pensando a quel momento, provo la medesima emozione.

Ero preoccupata quando era l’ora del bagno, perché mamma si tuffava tra le onde e andava al largo a nuotare ed io dalla riva gridavo: mamma torna indietro! Lei, però, non mi sentiva e quando finalmente tornava, mi rimettevo a giocare tranquilla sul bagnasciuga, costruendo i castelli di sabbia con le mie cuginette.

Quando tornavamo a casa stanche, veniva sempre la comare Carmela ad aiutare mia madre nei lavori di casa, perché lei non ce la faceva da sola. Ero molto legata a questa signora, era come una di famiglia, le volevo bene; spesso mi difendeva e mi proteggeva dalle botte di mia madre, quando ne combinavo una delle mie.

EDVIGE VIOLA I RICORDI FELICI DELLA MIA INFANZIA E POESIE MONTALBANO JONICO 2024 04 29


 #RicordiFelici, #Infanzia, #Poesie,

LA MADONNA DEL CARMINE DI DOMENICO FRIOLO ROTONDELLA 2026 05 13

 LA MADONNA DEL CARMINE 
di DOMENICO FRIOLO 
ROTONDELLA 2026 05 13


LA MADONNA DEL CARMINE

Presentazione.

Volevo rigustare un tempo vissuto, ho trovato il presente migliore solo vicino questa chiesetta, ed il merito va al Signor Salvatore Buccello e a sua madre. La chiesetta è ancora là e bisogna dar atto chela Madonna e il bambino nel presente, ricevono più cura e lo mostrano le corone
d'oro sul capo della Santa e del Bambino.
La porta della Cappella ne sbarra spesso la soglia e l' ingresso di questo luogo Santo: chiamato Purgatorio dai predicatori Cattolici. Luigi ora soffocato dal silenzio nonostante la Madonna col suo Bambino, sussurrino Pace.
Ma chi: se al Purgatorio, non c'è più nessuno?
Mossa dall'alito del vento, la piccola campana affida al luogo i suoi rintocchi per orecchie
purtroppo lontane o per le orecchie sorde ai richiami della campana della Cappella della Calata Monte Carmelo, un luogo da tempo abbandonato, preda dei miserevoli punti neri.
Resti della povertà del passato e ancora oggi con evidente squallore . È un vero peccato.
Nella solitudine del luogo, millepiedi e ragni risalgono il ripido Cervaro che orfano di erbe brucate al passaggio delle greggi, oggi sono incontrastate creature che hanno quì la vita.
Il loro habitat naturale tra erbacce, poi quì divenuto una nuova realtà così anche su muri
o nella strada o annidati sotto cornicioni o in bella mostra sotto lampioni nelle reti di ragni voraci e un gatto che da sotto li guarda.
La voce della Madonna del Carmine cede all'oblio silenzioso, per gran parte dell'anno.
Giungono i giorni di Luglio vi è la riapertura della sua porta si entra, si ammira, si ama.


LA MADONNA DEL CARMINE
autore Domenico Friolo.
Ella appare bella, stupenda
ed Immacolata mentre
sussurra amore al mondo,
mentre sussurra pace
ai devoti che la visitano.
Ma Luglio non dura e và.
La Cappella viene richiusa
e la tristezza si fà largo
nel luogo dove di già Ella
apparve già, tanti secoli fà.
E`estate, ma al Purgatorio,
nel luogo della Madonna
c'è freddo venuto dal nord
e non c'è più quel calore
che davano i suoi figli nati
nel luogo, da loro amato.
Bravi stranieri giunti quì da
confini lontani a dare vita
per brevi periodi nell'anno
al luogo e purtroppo noto
per questo, che finestre e
porte un tempo spalancate
ora son chiuse e serrate
sbarrate da solido metallo
riducendo a tetra visione
quelle vecchie care dimore
in passato sempre vitali.
Ora squallide telecamere
piazzate quà e là ai muri,
non sono gli occhi festosi
e vispi di allegri uccelletti,
ma occhi di chi non si fida:
oggi c'è il timore di taluni
verso chi, quì non ha mai,
rubato niente a nessuno:
è un'evidente muta offesa,
a chi per secoli, fiducioso
lasciava le porte aperte
in quel luogo senza paure.
E`estate piena in Luglio
ma c'è, nell'aria del gelo
al Purgatorio, un gelo che
traccia il racconto veritiero
del vecchio viandante che
in quel luogo caro nacque
e che senza aprir bocca
ha raccontato e ha tanto
osservato, ma dalle labbra
sfugge solo un borbottio
in cui si percepisce chiaro:
l'astio verso una persona.
Poi mentre il viandante che
racconta del borgo, prima
d'andare via si sente un pò
stanco, si siede sul gradino
della chiesetta e come se
fosse già nel sonno: sogna
immedesimandosi in esso:
In un sogno dove egli sente
la voce implorante della
Madonna del Carmine
che accorata, Ella chiede:
""Viandante aspettarci,
noi veniamo con te e preso
il bambino, lascia il gesso
ora impietrito nella Cappella""
e vanno sulla via della vita,
della verità che porta a Dio
la Madonna è raggiante,
il suo bambino Gesù: felice
è tenuto da Lei con mano
sicura e così la Madonna,
il bambino ed il viandante.
E vanno via verso il Signor
vanno via cantando a Dio:
""Prendi la mia vita,
prendila Signor...
Sii la mia guida
Oh, Divino amor.""
E vanno via, lodando Dio:
L'Eterno nel regno dei cieli.
Intanto al Purgatorio
non è sempre estate.
Il suo contrafforte sarà
sferzato dalla tramontana.
È un vento gelido del nord
fuori luogo al Purgatorio.
Poi il viandante si gira
e vede della gente che per
breve tempo cerca ancora
la Madonna e il bambino
Ella è là, non è andata via
nel sogno, è là nel suo
manto marrone striato oro
e le Corone sul loro capo.
Le manca il suo copricapo
verde oliva, ora sua antica
reliquie, quello il viandante
l'ha preso e portato con se.
Ci sono reliquie che non
non danno più quel tepore
antico del povero passato
ma esprimono meraviglie
eppur ammoniscono:
La SS Vergine Madre
del Carmelo non è di chi
la osserva distrattamente
o superficialmente, Ella:
la SS Vergine del Carmelo
è la Madre di chi la ama,
di chi le porge un fiore,
di chi: miracolato, le ha
donato Corone del metallo
più prezioso per grazia
ricevuta, non per chi mente
Ella ha pietà per il misero
che per fame ha peccato
ma non dall'arricchito baro
da cui non si lascia turbare,
La vergine è degna e pura
e se trovaste la porta della
sua Cappella fosse chiusa,
ebbene: abbiate pazienza:
cercatela al fianco di Dio.
Ella, segue dall'alto i suoi
poveri figli prediletti, che la
amano e quelle genti che
le offrono lacrime e fiori.
Fiori per Lei e per il suo
Santo bambino: il nostro
Divino Signore Gesù.
questo è storia del Purgatorio:
e del suo lontano viandante





PROCESSIONE SU CARRO ACCOMPAGNATO DAI CAVALLI FESTA MADONNA DEL PONTE POLICORO 2026 05 17

FESTA DELLA 
MADONNA DEL PONTE

PROCESSIONE SU CARRO 
ACCOMPAGNATO DAI CAVALLI  

POLICORO 2026 05 17 



AFFIDAMENTO DEI BAMBINI ALLA MADONNA FESTA MADONNA DEL PONTE PIAZZA ERACLEA POLICORO 2026 05 17

FESTA MADONNA DEL PONTE
AFFIDAMENTO DEI BAMBINI 
ALLA MADONNA  

DOMENICA 17 MAGGIO
PIAZZA ERACLEA 

POLICORO 2026 05 17 



DOMANI TORNANO IN CITTA' LE TAVOLE DI ERACLEA, SI LAVORA PERCHE' RESTINO NEL MUSEO DELLA SIRITIDE CITTÀ DI POLICORO 2026 05 13

DOMANI TORNANO IN CITTA' 
LE TAVOLE DI ERACLEA,
 SI LAVORA PERCHE' RESTINO 
NEL MUSEO DELLA SIRITIDE 
CITTÀ DI POLICORO 2026 05 13



L’arrivo a Policoro delle preziose Tavole di Eraclea, rappresenta un evento importante e identitario per la città. A dichiararlo è il sindaco, Enrico Bianco, che domani parteciperà al convegno celebrativo di questo grande ritorno. «Le Tavole di Eraclea -spiega Bianco- sono un tassello fondamentale per ricostruire la meravigliosa narrazione storica della nostra città, della sua ciclicità e del suo destino. Il rientro nel nostro museo nazionale della Siritide è fissato al momento fino a dicembre prossimo, ma rivendicheremo la loro definitiva collocazione all’interno del nuovo allestimento che il museo si appresta ad avere, e lavoreremo su più fronti perché questo accada. E' il primo testo nella storia che disciplina i confini terrieri -rimarca Bianco- un elemento importantissimo che si ripeterà nei secoli successivi con la Riforma fondiaria, che ha dato origine all’odierna Policoro e al suo sviluppo agricolo, giunto a livelli importanti in Italia e nel mondo». Il sindaco chiederà alle Direzioni competenti del ministero della Cultura il rientro definitivo delle Tavole nel presidio museale cittadino, la cui istituzione risale al 1969. «Il museo della Siritide -spiega il sindaco- con il Parco archeologico, il recente tempio moderno sospeso, il teatro scoperto nei mesi scorsi e altre emergenze archeologiche, configura un complesso unitario di beni culturali e paesaggistici strettamente legati al sito di rinvenimento delle Tavole di Eraclea e alla storia della polis antica, nel quale la ricollocazione delle Tavole stesse assumerebbe un elevatissimo valore di coerenza storica, territoriale e scientifica. La destinazione delle Tavole di Eraclea al museo della Siritide, sarebbe pienamente coerente con i principi dei decreti legislativi 42/2004 e 152/2006, che promuovono tutela e valorizzazione integrate del patrimonio culturale e del paesaggio, privilegiando la contestualizzazione dei beni nel loro ambito storico-territoriale di riferimento. La ricollocazione nel territorio di provenienza delle Tavole di Eraclea -conclude il sindaco- assume quindi una forte valenza identitaria ed educativa, restituendo alla comunità della Siritide il suo documento simbolo e offrendo a scuole, università e pubblico un potente strumento per comprendere in continuità la storia del territorio». Bianco ringrazia il professor Massimo Osanna, lucano doc, per aver mantenuto l’impegno assunto per questo trasferimento temporaneo, e Carmelo Colelli per l’instancabile lavoro che sta mettendo in campo nel dirigere il nostro museo. Domani (giovedì 14 maggio), alle ore 17.30, nel museo Siritide, si terrà un incontro dedicato al ritorno delle Tavole di Eraclea, concesse in prestito dal Museo nazionale di Napoli (Mann) fino al prossimo novembre.


LE TAVOLE DI ERACLEA DESCRIZIONE DI ALFONSO GALOTTO POLICORO 2026 05 13

LE TAVOLE DI ERACLEA 
DESCRIZIONE DI 
ALFONSO GALOTTO

POLICORO 2026 05 13 





Le tavole di Heraclea, rinvenute nel 1732 nel greto del torrente Salandrella (ora Cavone), contengono due decreti in lingua greca databili alla fine del IV secolo a.C. relativi alla delimitazione e localizzazione di terreni dei santuari di Dionisio e Athena Polias.

Sul lato opposto, quello lasciato libero dalle iscrizioni greche fu inciso un testo in latino in età cesariana.
Nel video che ho realizzato, tratto da uno studio di Carlo Bertagnolli nel 1881, viene riportata la traduzione delle Tavole in lingua italiana e vengono descritte le vicende agricole, con spunti di carattere sociale, del territorio della Magna Grecia.
Le tavole sono conservate nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli.