FRANCESCA BARRA
MIO PADRE ERA UN UOMO FELICE
ED È
MORTO DA UOMO FELICE
POLICORO 2026 06 18
Mio
padre era un uomo felice ed è morto da uomo felice.
Vorrei
condividere questa riflessione perché vorrei che restasse a tutti noi, per
indurci a pensare quando sarà così facile lamentarci, dimostrare ingratitudine,
sbadigliare davanti alla vita, essere insofferenti o passivi. Ma anche perché
la scrittura, lo sapete, mi conforta e mi aiuta a sentirlo ancora vicino.
Cosa
resta?
Alla
fine, cosa resta di noi esseri umani? Qual è il fine di una vita, se non la
felicità, se non l’amore autentico?
Papà
aveva capito che la risposta a questa domanda è l’unica che conta davvero. E
per tutta la vita ha lavorato per lasciare un segno, per migliorare la vita
delle persone che amava.
Per
farci capire che, alla fine, la fama, il lavoro, il conto in banca, quanti
programmi hai condotto, tutto passa. Gli investimenti spirituali, la capacità
di amare, no. Quella resta. Ti influenza, ti porta lontano e, a cascata, ti
rende immortale attraverso i racconti, la memoria, le storie dei giusti.
È stato
un professionista eccellente. Lo avete intuito da ciò che avete letto in questi
giorni nelle parole di tante persone che lo conoscevano. Era un maestro per gli
altri. Ha formato tanti giovani professionisti. Il suo talento economico era
riconosciuto da tutti perché papà era, prima di ogni altra cosa, umano.
Papà era
umile e non ostentava. Faceva sentire importante chiunque. Ascoltava chiunque.
Lo faceva con gli amici, con gli sconosciuti, con i suoi figli e persino con la
più piccola dei suoi otto nipoti. Aveva una qualità rara: sapeva vederti.
Davvero.
Non ha
mai fatto sentire i suoi nipoti dei bambini, ma delle persone.
Per lui
il prossimo era importante.
La sua
gentilezza era così naturale, così profonda, che a volte mi sembrava
appartenere a un altro tempo. Negli ultimi giorni, vedendolo rivolgersi con
rispetto e gratitudine persino al medico che gli proponeva una cura, ho pensato
che uomini così non nascono più.
Papà era
l’ultimo dei cavalieri garbati. In questo somiglia a Vittorio. A loro due
vogliono tutti bene.
Noi tre
fratelli non abbiamo mai litigato. Per questo considero un privilegio parlare,
perché sono certa di farlo anche a nome loro.
Per
molti papà era il dottore: logico, pragmatico, risolutivo. Un modello di
rettitudine. Ma era anche ironico e dissacrante. E metteva davanti per prima
cosa il cuore.
E in
questo gli somiglia la mia adorata sorella Evita.
Tutti
amavano parlare con lui.
Papà era
un viaggiatore, un divoratore di libri, un fotografo, un uomo curioso,
meticoloso, paziente e illuminato. Era un marito innamorato, un padre presente,
un nonno romantico, un grande uomo del Sud.
Guardava
il mondo con occhi romantici. Si opponeva all’idea che la vita fosse soltanto
qualcosa da spiegare attraverso la logica, la razionalità e la freddezza.
Sapeva che esistono cose che contano di più: la gentilezza, l’amore, lo
stupore. E anche un po’ di follia.
“La
realtà, a differenza dei sogni, è priva di elasticità”, scriveva Mishima, uno
dei suoi autori preferiti.
Papà era
un sognatore. In questo sono io a somigliargli. Mi definiva stravagante. Diceva
che vagavo oltre con la fantasia.
Per
questo uomini come lui non possono essere sconfitti dalla morte.
Vorrei
dirvi che papà se n’è andato sorridendo, guardando in alto, oltre, come aveva
saputo fare per tutta la vita. E quel sorriso era lo specchio della sua anima.
Questo
gigante dentro e fuori casa, era il nostro papà, il nostro nonno, il marito
della mamma, il suocero, lo zio, il cognato, il centro saldo della nostra
famiglia.
Non
dimenticate l’essenza della sua vita. Sarà un dono per tutti.
So che
un amore così grande comporta anche un dolore immenso. Ma so anche che questo
dolore è il prezzo della fortuna che abbiamo avuto.
Il primo
giugno mi scriveva su WhatsApp:
«Tesoro
mio, che gioia e che conforto. Siamo la famiglia più bella e più unita del
mondo. Un’opera d’arte…»
Dentro
queste parole c’è molto di ciò che riusciva a trasmetterci.
Ho
ritrovato una letterina alle elementari in cui gli scrivevo: “Un giorno, con i
miei figli, vorrò essere come te”.
E poi
firmavo: “Il tuo cucciolo, il tuo turacciolino”. Perché lui mi chiamava così,
turacciolo di champagne. Che quando scoppia insomma, lo sapete. E’ dirompente
ma porta bollicine.
Mi
chiamo anche come lui: Francesca Barra E anche se non riuscirò mai a essere
come lui, continuerò a sforzarmi di raccontare l’amore, il senso della famiglia
e la felicità.
Papà,
Forse
nessuno di noi berrà più una spremuta senza pensare a te. Forse non la berremo
proprio più.
O forse
la berremo insieme allo champagne che tenevi sempre in fresco, brindando alla
tua salute, al tuo sorriso, alla tua vita.
Hai
collaborato fino alla fine per regalarci un lieto fine. Forse questa è l’unica
cosa che non sei riuscito a fare.
Ma
grazie, papà.
Almeno
questo sono riuscita a dirtelo.
Durante
il tuo ultimo respiro, in quell’istante in cui ho creduto di vedere che esiste
un aldilà

