giovedì 18 giugno 2026

FRANCESCA BARRA MIO PADRE ERA UN UOMO FELICE ED È MORTO DA UOMO FELICE POLICORO 2026 06 18

FRANCESCA BARRA 
MIO PADRE ERA UN UOMO FELICE 
ED È MORTO DA UOMO FELICE 
POLICORO 2026 06 18


Mio padre era un uomo felice ed è morto da uomo felice.

Vorrei condividere questa riflessione perché vorrei che restasse a tutti noi, per indurci a pensare quando sarà così facile lamentarci, dimostrare ingratitudine, sbadigliare davanti alla vita, essere insofferenti o passivi. Ma anche perché la scrittura, lo sapete, mi conforta e mi aiuta a sentirlo ancora vicino.

Cosa resta?

Alla fine, cosa resta di noi esseri umani? Qual è il fine di una vita, se non la felicità, se non l’amore autentico?

Papà aveva capito che la risposta a questa domanda è l’unica che conta davvero. E per tutta la vita ha lavorato per lasciare un segno, per migliorare la vita delle persone che amava.

Per farci capire che, alla fine, la fama, il lavoro, il conto in banca, quanti programmi hai condotto, tutto passa. Gli investimenti spirituali, la capacità di amare, no. Quella resta. Ti influenza, ti porta lontano e, a cascata, ti rende immortale attraverso i racconti, la memoria, le storie dei giusti.

È stato un professionista eccellente. Lo avete intuito da ciò che avete letto in questi giorni nelle parole di tante persone che lo conoscevano. Era un maestro per gli altri. Ha formato tanti giovani professionisti. Il suo talento economico era riconosciuto da tutti perché papà era, prima di ogni altra cosa, umano.

Papà era umile e non ostentava. Faceva sentire importante chiunque. Ascoltava chiunque. Lo faceva con gli amici, con gli sconosciuti, con i suoi figli e persino con la più piccola dei suoi otto nipoti. Aveva una qualità rara: sapeva vederti. Davvero.

Non ha mai fatto sentire i suoi nipoti dei bambini, ma delle persone.

Per lui il prossimo era importante.

La sua gentilezza era così naturale, così profonda, che a volte mi sembrava appartenere a un altro tempo. Negli ultimi giorni, vedendolo rivolgersi con rispetto e gratitudine persino al medico che gli proponeva una cura, ho pensato che uomini così non nascono più.

Papà era l’ultimo dei cavalieri garbati. In questo somiglia a Vittorio. A loro due vogliono tutti bene.

Noi tre fratelli non abbiamo mai litigato. Per questo considero un privilegio parlare, perché sono certa di farlo anche a nome loro.

Per molti papà era il dottore: logico, pragmatico, risolutivo. Un modello di rettitudine. Ma era anche ironico e dissacrante. E metteva davanti per prima cosa il cuore.

E in questo gli somiglia la mia adorata sorella Evita.

Tutti amavano parlare con lui.

Papà era un viaggiatore, un divoratore di libri, un fotografo, un uomo curioso, meticoloso, paziente e illuminato. Era un marito innamorato, un padre presente, un nonno romantico, un grande uomo del Sud.

Guardava il mondo con occhi romantici. Si opponeva all’idea che la vita fosse soltanto qualcosa da spiegare attraverso la logica, la razionalità e la freddezza. Sapeva che esistono cose che contano di più: la gentilezza, l’amore, lo stupore. E anche un po’ di follia.

“La realtà, a differenza dei sogni, è priva di elasticità”, scriveva Mishima, uno dei suoi autori preferiti.

Papà era un sognatore. In questo sono io a somigliargli. Mi definiva stravagante. Diceva che vagavo oltre con la fantasia.

Per questo uomini come lui non possono essere sconfitti dalla morte.

Vorrei dirvi che papà se n’è andato sorridendo, guardando in alto, oltre, come aveva saputo fare per tutta la vita. E quel sorriso era lo specchio della sua anima.

Questo gigante dentro e fuori casa, era il nostro papà, il nostro nonno, il marito della mamma, il suocero, lo zio, il cognato, il centro saldo della nostra famiglia.

Non dimenticate l’essenza della sua vita. Sarà un dono per tutti.

So che un amore così grande comporta anche un dolore immenso. Ma so anche che questo dolore è il prezzo della fortuna che abbiamo avuto.

Il primo giugno mi scriveva su WhatsApp:

«Tesoro mio, che gioia e che conforto. Siamo la famiglia più bella e più unita del mondo. Un’opera d’arte…»

Dentro queste parole c’è molto di ciò che riusciva a trasmetterci.

Ho ritrovato una letterina alle elementari in cui gli scrivevo: “Un giorno, con i miei figli, vorrò essere come te”.

E poi firmavo: “Il tuo cucciolo, il tuo turacciolino”. Perché lui mi chiamava così, turacciolo di champagne. Che quando scoppia insomma, lo sapete. E’ dirompente ma porta bollicine.

Mi chiamo anche come lui: Francesca Barra E anche se non riuscirò mai a essere come lui, continuerò a sforzarmi di raccontare l’amore, il senso della famiglia e la felicità.

Papà,

Forse nessuno di noi berrà più una spremuta senza pensare a te. Forse non la berremo proprio più.

O forse la berremo insieme allo champagne che tenevi sempre in fresco, brindando alla tua salute, al tuo sorriso, alla tua vita.

Hai collaborato fino alla fine per regalarci un lieto fine. Forse questa è l’unica cosa che non sei riuscito a fare.

Ma grazie, papà.

Almeno questo sono riuscita a dirtelo.

Durante il tuo ultimo respiro, in quell’istante in cui ho creduto di vedere che esiste un aldilà