sabato 3 gennaio 2026

MICHELE CASTELLUCCI TRA STRADE E SOGNI RACCONTA POLICORO, 29a Puntata POLICORO 2026 01 03

RACCONTA POLICORO, 29a Puntata  
MICHELE CASTELLUCCI 
TRA STRADE E SOGNI 
E LA POLICORO CHE NASCE 

DI PINO CASTELLUCCI
POLICORO 2026 01 03 


𝗧𝗿𝗮 𝗦𝘁𝗿𝗮𝗱𝗲 𝗲 𝗦𝗼𝗴𝗻𝗶: 𝗠𝗶𝗰𝗵𝗲𝗹𝗲 𝗖𝗮𝘀𝘁𝗲𝗹𝗹𝘂𝗰𝗰𝗶 𝗲 𝗹𝗮 𝗣𝗼𝗹𝗶𝗰𝗼𝗿𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗡𝗮𝘀𝗰𝗲 - di Pino Castellucci

E alla fine arriva anche la storia di mio padre, Michele Castellucci, personaggio che certamente ha contribuito, alla pari di molti altri, alla struttura sociale ed economica della Policoro di oggi.
Michele nasce a Montalbano Jonico il 20 novembre del 1930 da Giuseppe e Maria (proprio come Gesu Bambino), piccoli proprietari agricoli che sbarcavano il lunario lavorando il proprio terreno dall'alba al tramonto.
Ma Michele non si appassionò mai al tradizionale lavoro familiare, restare confinato nel piccolo appezzamento di terreno non era per lui, che preferiva di gran lunga vivere sulle strade, molte non ancora asfaltate, scorrazzando su biciclette ed avvicinandosi ai primi mezzi a motore dedicati al lavoro.
E cosi, ragazzetto di 16/17 anni, inzio a frequentare il primordiale mondo del "trasporto su gomma", offrendo la propria piccola collaborazione ai primi autotrasportatori dell'epoca, non ricordo bene se Di Vincenzo o Petrocelli, fino alla partenza per la leva militare che fece a Roma nell'Aereonautica Militare.
E proprio il servizio militare rappresentò per lui una svolta alla sua vita in quanto gli permise di conseguire le patenti di tutte le categorie per poter condurre regolarmente tutti i mezzi a motore in un'epoca dove i patentati erano veramente pochi e chi sapeva condurre un mezzo ancora meno.
Finito il servizio militare, dove aveva macinato chilometri su macchine e camion, dopo un debole tentativo di entrare nell'Arma dei Carabinieri, fallito per non raggiunti limiti di altezza (erano richiesti 165 cm mentre papà raggiungeva stiracchiandosi al massimo i 163 cm), rientrò nella sua terra ma questa volta provisto di tutte le carte in regola per dare sfogo alla sua passione, era credo il 1952/1953.
In quell'epoca due fratelli di Rotondella, Ottavio e Gaetano Ferrara, stavano iniziando a mettere le prime pietre per le fondamenta di quello che sarebbe diventato una grande opera; avevano rilevato un'area alla foce del fiume Sinni ed iniziavano a lavorare ciottoli, sabbia e "misto" e quindi la produzione, vendita e trasporto del loro prodotto: dei due fratelli, Gaetano aveva la patente e si occupava del trasporto ma, per uno spiacevole e sfortunato evento, allo stesso venne ritirata la patente.
Era una situazione disperata, non era facile trovare chi era idoneo e capace di condurre un camion a quei tempi! Ma i fratelli Ferrara avevano avuto modo di conoscere mio padre, quasi loro coetaneo e persona attiva, affabile ed affidabile, quindi lo contattarono e gli proposero di lavorare con loro occupandosi del
trasporto del prodotto ed affidandogli il loro camion, un vecchio Taurus, credo Lancia, senza cabina ma praticamente solo posto guida scoperto, motore e cassone.
Erano tempi duri e le cose faticavano ad andare subito per i versi giusti sebbene si iniziava a trovare gratificazione nel lavoro ed i fratelli Ferrara proposero a mio padre di entrare a fare parte della società: arrivo però l'Ente Riforma che cercava autisti per la propria opera e propose a mio padre l'assunzione con un ottimo stipendio per l'epoca (credo 32.000 lire mentre un insegnante prendeva 26.000 lire).
E papà, attratto dalla certezza lavorativa, dallo stipendio buono e da un lavoro che gli permetteva di guidare mezzi sempre in giro sulle strade dell'Italia (l'Ente Riforma spostava mezzi e personale, a seconda delle esigenze, dal Veneto alla Sicilia), fu assunto in qualità di autista dall'Ente.
Policoro da palude salmastra che era aveva cominciato a dar vita a terreni fertili e pianeggianti che necessitavano di essere lavorati e quindi l'Ente Riforma iniziò ad assegnare le varie "quote", circa 5 ettari, agli "assegnatari" o "quotisti" che ne avevano fatto richiesta e ne avevano diritto.
Gli assegnatari provenivano dai paesi limitrofi (Nova Siri, Rotondella, Pisticci, Montalbano, Tursi, Valsinni, Colobraro) ma le quote assegnate erano ancora sprovviste di abitazione, le "palazzine" sarebbero state costruite in seguito, e quindi gli assegnatari andavano prelevati dai propri paesi di origine all'alba e riaccompagnati al tramonto dopo aver lavorato la propria "quota" durante tutta la giornata.
Papà aveva il compito di provedere e garantire questo trasporto di persone, centinaia di braccia e teste che hanno determinato lo sviluppo fino all'apoteosi del nostro territorio; per adempiere a questo lavoro aveva un piccolo camion, un Leoncino OM, con il cassone trasformato e riempito di panche per permettere la seduta dei "quotisti", andando a prelevarli all'alba nei propri paesi d'origine e riportandoli la sera al termine del loro lavoro.
Non era permesso il trasporto in cabina ma papà non temeva di trasgredire se poteva in questo modo dare piu conforto a chi non stava molto bene o era troppo anziano o alle donne che cercavano di dare una mano ai propri mariti.
Questa gente ha rappresentato la forza motrice e produttiva che ha dato lustro ala Policoro odierna e papà con il suo "savoir-faire" e la sua disponibilità, amabilità e bontà ha innegabilmente contribuito al risultato.
Ed intanto si arriva al 1959, anno in cui Policoro, grazie a tutti questi attori, tutti con ruoli di primo piano, acquisisce la propria autonomia diventando comune autonomo.
In quell'anno avviene anche la mia nascita, a Pisticci perché papà recandosi lì con il suo Leoncino aveva conosciuto mia madre, pisticcese, sposandola ed abitandoci per un breve periodo di tempo, talmente breve da consentirmi di festeggiare il mio primo compleanno a Policoro, fresca fresca di autonomia.
Intanto mio padre, anima libera, si stanca del lavoro sicuro da dipendente dell'Ente, vuole dimostrare di saper emergere da solo, non vuole padroni e desidera essere artefice del proprio destino in libertà, continuando però a fare quello che sempre ha amato fare: essere un tutt'uno, giorno e notte, anima e core, con il suo camion... il suo di camion pero'!!!
Presenta le dimissioni all'Ente Riforma, parla con l'allora dirigente Dott. Cormio, rinuncia alla buonuscita chiedendo in cambio il nuovo Leoncino che l'Ente aveva comprato e che gli aveva affidato, valore circa 600.000 lire.
Ed inizia la sua vera vita, la sua passione, con un piccolo Leoncino a fare "la linea”, su e giù, per l'Italia, ancora senza autostrade e spesso al sud nemmeno strade asfaltate. lo ero piccolissimo ma ricordo che per andare e tornare da Milano ci voleva una settimana. Il suo carattere, la sua onestà, la sua capacità di rendersi amabile verso tutti lo portano a sviluppare sempre di più il suo lavoro.
Comincia a costruire la sua prima casa, in via Giustino Fortunato davanti l'attuale Piazza Coperta allora inesistente, passa ad un camion un po’ piu' grande, un 642 N 65 R con rimorchio (perché, diceva, "il guadagno e tutto sul rimorchio perché con solo la motrice recuperi solo le spese").
Diventa socio fondatore della Cassa Rurale ed Artigiana, istituzione che restera' nel suo cuore per tutta la vita, prende prestiti con interessi fino al 30% per costruire la sua casa e pagare il camion che aveva comprato, pagando tutto fino all'ultimo centesimo, con quello che guadagnava andando su e giù per l'Italia senza sosta, giorno e notte, con serietà, guadagnandosi la stima ed il rispetto della gente e dei suoi clienti che lo preferivano nonostante i suoi prezzi erano piu' alti.
Ma era una garanzia.
Spesso, quando la scuola chiudeva, amavo andare in viaggio con lui, partecipare ai suoi viaggi, al suo lavoro; avevo sempre la stessa sensazione che per lui non era lavoro ma passione, lui si divertiva con il suo camion, stanco e senza dormire, appoggiandosi due ore allo sterzo per riposare, evitando la brandina all'epoca di soli 40 cm perché troppo comoda e rischiava di non svegliarsi!!!
Ci stava poi il periodo del glorioso zuccherificio, in estate, quando si interrompeva di fare la linea, anche perché le fabbriche al nord in estate erano in ferie.
Ma papà era sempre sul pezzo, sul suo camion, andando a dormire sul terreno di barbabietole la notte per essere il primo la mattina a caricare e per consertirgli di fare un viaggio in più. E ricordo le lunghe attese per scaricare, le file di camion con i loro piccoli padroncini seduti sotto gli alberi a raccontarsi le loro avventure.
E poi riprendevano i viaggi per il nord, quelli che lui amava, dove lavorando si divertiva: ricordo che spesso partiva il sabato per restare fermo la domenica a Milano cosi andava a vedersi la partita di serie A a San Siro.
Nel 1974, aveva 44 anni, mia madre quasi lo costrinse a cambiare lavoro: aveva da poco costruito una nuova abitazione in Via Zanardelli con un grande locale al piano terra che fu adibito a Bar.
Papà acquisite tutte le licenze, necessarie all'epoca, dopo aver superato esame per iscrizione all'albo dei commercianti, inizio questa nuova attività, che si rivelò molto promettente e lucrosa ma non era quello che mio padre voleva fare.
Quindi dopo appena 4 anni ed ad attivita' ben aviata, lasciò tutto al giovane ragazzo, Tonino Divincenzo, che aveva preso per dargli una mano, ricomprò un camion piu grande del 642 che aveva venduto e con il nuovo 690 n 3 con rimorchio (4 assi + 4 assi) ricomincio a rimacinare km lungo futta la penisola.
Finì la sua carriera a 66 anni, con un 180 NC bianco e rosso (i colori del Bari, la sua squadra del cuore), il camion che aveva sempre sognato.
Mitico papà, sempre circondato di gente che lo voleva bene perché lui voleva davvero bene a tutti, qualunque persona incontrasse era per lui una bella persona, erano tutti suoi amici e lui era l'amico di tutti, sempre pronto a darsi da fare per poter aiutare, sempre corretto e disponibile, amabile ed affabile.
Sono certo di non essere smentito se affermo che tutti quelli che lo hanno conosciuto non hanno potuto fare a meno di amarlo.
𝗣𝗶𝗻𝗼 𝗖𝗮𝘀𝘁𝗲𝗹𝗹𝘂𝗰𝗰𝗶






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