mercoledì 13 maggio 2026

PERIODO ROTONDELLESE DI EDVIGE VIOLA DA "I RICORDI FELICI DELLA MIA INFANZIA E POESIE" MONTALBANO JONICO 2024 04 29

PERIODO ROTONDELLESE 
DI EDVIGE VIOLA DA 
"I RICORDI FELICI DELLA 
MIA INFANZIA E POESIE" 

MONTALBANO JONICO 2024 04 29

Quando papà ci comunicò che dovevamo tornare al nostro paese calò un silenzio assoluto. Nessuno voleva tornarci, mamma soprattutto. Stavamo bene a Matera. Ritornammo al paese, nella nostra piccola ma graziosa casetta su due piani, appena ristrutturata.

A piano terra c’era un piccolo corridoio che divideva il bagno dalla cucina-soggiorno con un caminetto, dove trascorrevamo le lunghe serate invernali, con mia madre che sferruzzava e mio padre che ci raccontava con delicatezza, per non turbarci, la sua vita da soldato di guerra e quella della sua prigionia a Londra durata ben due anni e noi attenti ad ascoltarlo, mentre un gatto sornione dormiva al caldo della fiamma, sempre vivida, che mio padre ogni tanto alimentava con un ciocco di legno profumato.

Mio padre era un uomo generoso, gentile, altruista e paziente; non alzava mai la voce e non parlava mai male di nessuno, però aveva il vizio del fumo (fumava più di un pacchetto al giorno) e, quando era in compagnia, a volte, beveva qualche bicchiere di vino in più e allora diventava brioso. Non ho mai conosciuto nella mia vita una persona più brava e speciale di mio padre.

Sotto la finestra della cucina-soggiorno che si affacciava sul marciapiede del corso c’era il lavello e così, mentre si lavava i piatti, si poteva vedere tutto quello che succedeva fuori e la gente che passava perciò bisognava parlare a bassa voce per evitare di far sapere I fatti nostri.

Al piano di sopra c’erano una stanzetta con un terrazzino interno dove c’era una scala estraibile che portava alla soffitta in cui di solito conservavamo le cose che non servivano più e la stanza da letto molto luminosa con un balcone variamente dipinto da mio fratello, che si affacciava sul corso principale del paese.

Sul largo marciapiede, di fronte casa che sovrastava la ‘costa’ da cui si vedeva tutta la campagna circostante, con un panorama mozzafiato, c’erano gli alberi di ‘caggi’ che ombreggiavano tutta la strada e dove la gente “prendeva il fresco”; i vecchi seduti alla panchina di legno ciarlavano dei loro trascorsi, fumando tabacco profumato che mettevano nelle cartine e noi bambini del rione “Girone” giocavamo a nascondino, a girotondo, alla campana e alla fune.

Una carrellata di volti sfilano davanti ai miei occhi: Carmela, Lina, Rosa e Felicetta Simone, Rosalinda, Teresa, Maria, Tilde, Alba e anche i nostri fratelli minori Pino, Salvo, Rocco ed Enzo. Qualche volta si litigava, ma le mamme attente intervenivano subito a mettere pace.

Mi piaceva tanto stare fuori a giocare, ma c’erano le regole che mamma aveva dato e bisognava rispettarle! Io ero quella che trasgrediva sempre e quando rientravo in casa, erano rimproveri e volava anche qualche schiaffo.

Il mio paese, piccolo e tondo, aveva tante stradine, vicoli stretti e scalinate; le case, le une vicine alle altre, sembravano stare a braccetto. Le finestre e i balconi erano talmente vicini che sembravano tanti occhi indiscreti che entravano a infrangere il tuo privato e per questo si sapeva tutto di tutti, anche non volendo.

Era solito vedere nei vicoli I panni stesi ad asciugare da un balcone all’altro o da una finestra all’altra con le relative mollette di legno, dando così un tocco di colore e rendendo caratteristico ogni vicoletto.

Com’era colorato e pittoresco il mio borgo allora! D’estate la gente sedeva davanti alle porte di casa, sempre aperte, mai chiuse a chiave (non c’era paura di ladri allora), formando crocicchi. Di solito i vicini preferivano riunirsi davanti casa mia perché mia madre riusciva, con la sua simpatia, allegria e generosità, come un polo attrattivo, a farli divertire.

Sapeva raccontare, con molto umorismo, fatti simpatici e paradossali che le erano accaduti e prima che le uscissero le parole di bocca, esplodeva, lei per prima, in una risata cristallina che contagiava tutti i presenti e per la gran risata le uscivano le lacrime dai suoi begli occhi, neri e penetranti che sembravano leggerti dentro.

Mamma era nata nel primo novecento ed era tanto orgogliosa di aver frequentato la sesta elementare; conosceva a memoria moltissime poesie e racconti e tutta la vita di Gesù, che mi raccontava, commuovendosi e facendo commuovere anche me. Lei è stata la mia prima maestra e mi ha trasmesso l’amore per la letteratura e la scrittura.

Si continuava a chiacchierare fino all’ora di cena. Dopo la cena spesso ci si riuniva in casa di qualcuno a giocare a carte o s’improvvisava una serata con alcuni musicanti, sempre disponibili, e si ballava, divertendosi in modo semplice e genuino, fino a tarda notte.

La gente sembrava felice. Si voleva rialzare dalle sofferenze portate dalla guerra appena finita. Si aveva voglia di ricostruire non solo le case ma anche le anime.

Altre volte si andava a casa della fidanzata di mio fratello. Mia cognata, era bellissima, aveva i capelli scuri e gli occhi neri, messi in evidenza ancora di più dalla sua carnagione chiara; aveva un bel corpo snello e vestiva in modo sobrio ed elegante, anche perché lei era sarta e aveva bei gusti.

Spesso rimanevo a dormire da lei perché aveva quattro sorelle e due fratelli gemelli e mi divertivo molto con loro. Dormivamo tutte in un lettone e chiacchieravamo e ridevamo fino a notte fonda.

Degli anni delle elementari ho solo vaghi ricordi. Ricordo, però, il giorno in cui la mia compagna di scuola partì per l’America (Brooklyn) con la sua famiglia. Ho sofferto tanto quel distacco, mi sembra di avere anche pianto. Frequentavamo la III elementare e adoravo quell’amica. È stato il primo dolore della mia vita.

Non l’ho più rivista, ma siamo state in contatto epistolare fino alla metà degli anni ’60 e le sarò sempre grata perché grazie ad alcuni dischi, in particolare a uno dei primi LP dei Beatles, che lei mi aveva spedito, ho potuto conoscere un po’ di musica inglese e alcuni artisti famosi in America, che stavano facendosi conoscere anche in Italia.

Un altro episodio che ricordo è, quando convinsi la mia classe a fare sciopero e quel giorno, nessuno andò a scuola; ciò che successe dopo, in seguito a quel fatto, l’ho rimosso completamente.

Inoltre come posso non ricordarmi del mio caro e buon maestro Valentino Rondinelli, uomo di bell’aspetto e di nobili sentimenti, autorevole ed empatico, che ho sempre stimato e mai dimenticato?

Ci sono altri ricordi di feste in famiglia che mi fa tenerezza estrarre dal cassetto della memoria. Soprattutto il Natale. Non ho più sentito nella mia vita lo spirito di Natale, quell’aria magica che ogni anno esplodeva in casa dei miei genitori e che riempiva il mio cuore di pura gioia.

Quest’atmosfera cominciava quando, come ogni Natale, entrava in casa un vecchio zio di mia madre con un sacco di iuta, pieno di ogni ben di Dio e già per noi era una festa. Non ho mai dimenticato quel vecchio e gentile signore che mi ricordava tanto Babbo Natale.             

E ancora l’albero di ginepro, verde e profumato, collocato sul pianerottolo delle scale e mia madre che, di buon mattino, andava al negozio per comprare le cioccolate a forma di angioletti e babbi natali da appendere sui rami pungenti e intorno all’albero, noi felici, appendevamo i mandarini con le foglie, qualche rametto di vischio, le castagne ancora nel riccio e fiocchetti di neve fatti con l’ovatta, per innevare l’albero.

Ricordo con chiarezza mio fratello maggiore che si alzava all’alba per non essere disturbato da noi più piccoli, intento a preparare con la creta le casette, gli animali e tanti personaggi del presepe da collocare sotto l’albero con il muschio appena raccolto da mio padre. Tutti partecipavamo a questo evento.

Ricordo ancora con struggente nostalgia la cena con i nonni paterni e gli zii, le letterine dei buoni propositi da mettere sotto il piatto di papà e la poesia da recitare a metà cena, in piedi sulla sedia, per emozionare i presenti, e, ancora, il caminetto acceso con i ceppi scoppiettanti che sembravano partecipare alla nostra gioia.

Che nostalgia di quei Natali, quando la magia dell’immaginazione faceva vedere cose che non esistevano: Babbo Natale e la Befana che, se ti fossi comportato bene c’era un dono oppure cenere e carbone!

A poca distanza da noi, in una strada parallela al corso principale, abitavano i miei nonni paterni in una casa a due piani: al piano terra abitava mia zia e Il primo piano era occupato da loro.

Mi sembra ancora di vedere mio nonno seduto su una panca di pietra collocata davanti casa con il suo fedele cane pastore, intento a leggere il quotidiano, tenendolo proprio sotto il naso perché era miope e mia nonna (mamma ranna, cioè mamma grande) sempre impegnata a badare ai nipotini, figli della figlia.

Nonno era un uomo tranquillo e generoso e ci regalava sempre i soldini per le caramelle, portava sempre un gilè nel cui taschino c’era un orologio con una lunga catenella che usciva fuori. Non ricordo di averlo mai visto col cappello o la coppola come si usava allora.

Nonna, invece, era seriosa e sempre triste; vestiva di nero e aveva perfino il fazzoletto in testa nero, perché le era morto un figlio sotto le macerie di una casa crollata, lasciando orfani tre bambini piccoli. Fu una grande tragedia che colpì tutti noi.

Spesso venivano a pranzo da noi, immancabilmente alle feste importanti come la festa del Santo Patrono Sant’Antonio il 13 giugno.

Mia sorella ed io non vedevamo l’ora che arrivasse questo giorno, perché dovevamo indossare l’abito nuovo che mamma era solita farci cucire, ogni anno, dalla sarta Santina, che era la più brava del paese.

In particolare ricordo quello celeste con tante pieghe e col corpetto ricamato a punto smock, mentre quello di mia sorella era rosa, anch’esso ricamato, (di solito vestivamo uguali per evitare gelosie fra noi). Eravamo orgogliose e impazienti di sfoggiare I nostri vestiti.

I giorni 10-11-12 di giugno erano quelli più intensi. Il paese si vestiva a festa e ci lasciavamo andare ai tanti colori delle luminarie, agli odori, ai sapori, alle curiosità…

Le strade erano piene di bancarelle di vari articoli. Ero attratta da quelle che vendevano gli animali e m’incantavo a guardare gli uccellini, i pappagalli parlanti, le tartarughine e I pesciolini rossi che guizzavano nelle vaschette di vetro.

Il momento più emozionante però era la cassa armonica che faceva da padrona nella piazzetta ai piedi della scalinata che portava alla Chiesa del convento, dove era situata la statua del Santo.

L’orchestra suonava pezzi di musica classica e operistica, ma l’ultima sera, che noi aspettavamo con ansia, era quella dedicata alla musica leggera, soddisfacendo così ogni gusto musicale.

L’ultimo giorno della festa iniziava la mattina all’alba con la corsa dei cavalli: che grande emozione provavo nell’essere svegliata da quello scalpitio! Mi alzavo dal letto e correvo sul balcone, per vederli galoppare incitati ad alta voce dai loro fantini, e finiva la notte, con i fuochi d’artificio, che guardavo con stupore, con gli occhi rivolti al cielo e le mani sulle orecchie, per attutire I rumori dei botti.

Un altro momento felice ed eccitante era in estate quando ci organizzavamo per andare al mare. I miei cuginetti partivano con la Topolino, guidata dal padre, molto tempo prima di noi e rimanevano al mare tutta l’estate, in una bella baracca collocata sulla spiaggia accanto a tante altre.

Noi li raggiungevamo con il pullman. Mia madre ed io partivamo all’alba e già dal cucuzzolo della mia collina ecco appariva il mare, maestoso, tanto grande che sembrava unirsi al cielo. Man mano che il pullman si avvicinava, il mare diventava sempre più vasto, i suoi colori andavano dall’azzurro al blu, si vedevano persino le onde con la cresta spumeggiante e riuscivo a scorgere persino qualche barchetta che rientrava dalla pesca notturna per vendere il pesce fresco ai ‘baraccanti’.

Ero così felice che prima di raggiungere la baracca, correvo sulla spiaggia, lasciando le impronte dei miei piedini sulla sabbia, per poi immergermi subito nell’acqua del mare, cristallina, salata e fresca e mi sentivo in perfetta armonia con esso. Ancora oggi, pensando a quel momento, provo la medesima emozione.

Ero preoccupata quando era l’ora del bagno, perché mamma si tuffava tra le onde e andava al largo a nuotare ed io dalla riva gridavo: mamma torna indietro! Lei, però, non mi sentiva e quando finalmente tornava, mi rimettevo a giocare tranquilla sul bagnasciuga, costruendo i castelli di sabbia con le mie cuginette.

Quando tornavamo a casa stanche, veniva sempre la comare Carmela ad aiutare mia madre nei lavori di casa, perché lei non ce la faceva da sola. Ero molto legata a questa signora, era come una di famiglia, le volevo bene; spesso mi difendeva e mi proteggeva dalle botte di mia madre, quando ne combinavo una delle mie.

EDVIGE VIOLA I RICORDI FELICI DELLA MIA INFANZIA E POESIE MONTALBANO JONICO 2024 04 29


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