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martedì 15 luglio 2025

ROTUNDA MARIS LINK DI COLLEGAMENTO ALLE NOSTRE PAGINE E CANALI SOCIAL ROTONDELLA 2025 07 15

 

ROTUNDA MARIS 
LINK DI COLLEGAMENTO
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ALLE NOSTRE PAGINE  DEDICATE
ROTONDELLA 2025 07 15



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martedì 18 febbraio 2025

TEMA SCOLASTICO "" MIA MADRE"" DEL 1959 di Domenico Friolo ROTONDELLA 2025 02 18

TEMA SCOLASTICO 
"" MIA MADRE"" 
DEL 1959 
di Domenico Friolo 
ROTONDELLA 2025 02 18

 


1) PREFAZIONE

Racconto di un tema scolastico del 1959, il mese era Marzo.

Racconto che ebbe nota di merito in ambito scolastico nella città di Potenza, è la storia vera di un alunno che frequentava le scuole elementari Scalo inferiore, l'insegnante era il maestro Labbano, il direttore scolastico era Garramone, l'alunno che svolse questo tema ero io: Domenico Friolo.

Ecco quello che scrissi, commuovendo tutti i miei compagni di classe, tra cui Dino Becagli, da poco e con piacere divenuto mio compagno di banco, con lui iniziammo le elementari insieme

Ricordo che Dino che aveva gli occhi umidi per un pianto trattenuto a stento che emozionò il maestro.

Lo struggente contenuto del tema indusse il maestro Labbano a notificare il tema al direttore scolastico, noi alunni non sapevamo e fummo sorpresi quando il Direttore venne a conoscermi in aula.

2) IL TEMA SCOLASTICO: "" MIA MADRE""

* Quel giorno a Potenza, nel cielo splendeva il sole, noi bimbi, tra i banchi di scuola, tra una lezione e l'altra scrutavamo gente

che scendeva e saliva la scalinata dei cento gradini.

Noi piccoli, eravamo un pò disorientati, dalla notizia ricevuta: cioè dover cambiare scuola e trasferirci allo Scalo Inferiore.

Sentìmmo un bussare leggero alla porta e un confabulare: era la signora Di Muro,

poi la maestra mi chiamò per nome. Mi disse:~ Devi andare a casa subito.

La signora Di Muro ti accompagnerà.~Mi chiedevo senza capirne il perchè. Mia sorella mi accolse, con un abbraccio trattenendosi dal piangere, non capivo...Aggiunse: dobbiamo partire subito.

Quel viaggio, era divers dal solito, era greve. Non mi affascinava il paesaggio, che in altri viaggi, mi meravigliò. Il treno correva in un'orario sballato, infatti non trovammo il bus in attesa di coincidenza, ma un autotaxi.

L'auto veloce, risalì le S.S.106 e 104, giunse nel borgo appollaiato sul colle

Sapevo, conoscevo quel luogo lassù: Rotondella

I paesani ci vennero incontro rattristarti, erano in tanti, tutti col viso funereo,

dividendosi, separandosi, facilitarono il nostro passaggio, lungo la strada

colma di gente infreddolita e triste, ci aprirono un varco piangendo, quindi giungemmo alla mia porta...

Le donne si strappavano i capelli, piangevano, senza infingimenti.

tra alti candelabri che sorreggevano ceri profumati e con tremule fiamme.

Mia madre, era distesa sul letto col viso tra i suoi lunghi capelli, non indossavava l'elegante abito rosso che le piaceva tanto... ma era vestita di nero sfumato di raso.

Giaceva candida, profumata, luminosa immobile e bella come non mai.

La volevo accarezzare, stringerla a me...

Misero una sedia accanto al letto che era antico e troppo alto per me

che avevo chiesto di darle un bacio, mi avvicinai a lei, ma...

Mi si ghiacciò il sangue nelle vene al poggiare le mie infantili labbra

sul suo viso...Freddo gelido senza vita...

Rimasi sconvolto.... Ammutolito.

Non sapevo e nessuno mi disse mai che i morti diventano freddi: mi ritrassi istintivamente, fu come baciare del marmo...fu come baciare una pietra gelida...

che attimo infernale, tempestoso.

Mia madre, senza il suo tiepido calore... Ebbi sofferenza e pena, la gola si strinse

al pensiero che avevo perso mia madre, il mio piccolo cuore, già sofferente,

sembrò scoppiarmi nel petto.

Le braccia di mio padre mi avvolsero vennero in mio soccorso, cercai i suoi occhi, il suo sguardo amaro mi giunse silenzioso e triste ad infondendomi consolazione mentre vennero giù rivoli di pianto a tutti i presenti.

Nel mentre le donne ricominciarono con nenie funebre, lamentazioni e rimpianti.

Mi addormentai per un pò, sfinito e triste.

Quel giorno, il sole di Gennaio non fu mai caldo: fu soltanto amaro.

Infine, stancamente, giunse sera.

La fiamma del lume, prigioniera del vetro illuminanò i respiri, il requiem e il dolore.

Sotto l’ampio gelido cielo stellato, per il giorno successivo, nel camposanto avevano già scavato la Fossa per lasciarla giacere in pace del Signore Iddio.

Viveva contenta, vitale tra noi, ed ora và verso Dio. Era piena di vita.., era in casa sua, seduta al tavolo, dopo aver cenato.

Era là, in quella semplice amata dimora, là dove voleva vivere, ora riposa il suo spirito nella semplicità della sua casa e non pensava che per il destino ne avrebbe troncato la vita.

Mio padre rapito dal ricordo, raccontò qualcosa degli ultimi attimi di mia madre:

"" Ella tornò a casa, come sempre, ieri sera, non era come sempre, mi parve un pò stanca.

Forse, aveva qualche guaio taciuto ? Forse fosse tormentata? Chissà..

O forse fù la solitudine per lei, madre di cinque figli e nessuno, nessuno, quella sera, era con lei.

In quella casa, madre, dove volevi vivere, riposaserà la tua anima, tra le tue cose

per te importanti: foto a ricordare noi... i tuoi figli e i nipotini troppo lontani da te.

Là, in quella casa è rimasta la tua anima con le tue movenze di donna bella, esile, tenace, forte e di amorevole madre.

Cara, madre mia, nei giorni successivi senza te a casa, quel lume, tristemente

muoveva le nostre ombre sulle pareti in lenti goffi movimenti senza più senso.

Noi, con gli occhi arrossati dal pianto, ci si invitava, l'un l'altro, incoraggiandoci

a mangiare qualcosa, purtroppo, era come ingoiare la nostra tristezza

con il nostro dolore amaro, struggente.

Ritornava martellante il pensiero, sospinto dalla tua assenza tra di noi.

Oh madre: come ci mancavi....

Prendevano consistenza pensieri ormai al passato: ""Madre, eri nel pieno del vigore "" "" Madre eri nel pieno della vita "" "" Madre ci lasciavi, e non volevi.

Incompiuta, struggente estrema tua volontà. ""

Nella Via Calata Monte Carmelo al numero civico 25, seguìrono silenzi sommessivdi parenti e di persone AMICHE che salutavano addolorate, poi tutto finì...

Si svuotò la nostra casa e senza di lei quel luogo, divenne deserto, rimase solo papà con il gatto a fargli compagnia.

In quel gennaio, Madre, non solo tu, perdesti la vita, in quei giorni, con te, perdemmo anche la nostra vita familiare.

La sera che precedette il nostro rientro a Potenza, eravamo sulla soglia

della porta di casa, ad osservare il mare, la volta celeste ricolma di stelle,

e dalla campana della Cappella, ci giunse suonato da un alito di vento, il suo rintocco che scosse i nostri pensieri in fantasie consolatrici verso il dolore che era in noi.

Una voce familiare disse: questo rintocco è un saluto... è un dono irrorato dalla lacrima della Vergine Madonna del Carmelo, rispondemmo:

Addio madre, Riposa in pace, tra le le braccia del Signore.

------ - - - - - - - - - - - - - - - - - - - ------

by Domenico Friolo

Al tema seguì tempo dopo, questa poesia tratta dal racconto del tema.

Poesia che mi fece intendere che il legame affettivo con mia madre, anzichè affievolirsi nel tempo, era divenuto ancora più forte. Mai cesserà.

3) DALLA TERRA ALLE STELLE

Il sole di quel Gennaio

per noi non fu mai caldo.

quel sole fu soltanto luce.

Stancamente giunse sera...

La fiamma del lume, seguiva

i respiri, requiem e dolore.

Sotto l’ampio cielo stellato

scavarono una fossa

per lasciarla giacere in pace.

Lei viveva contenta, vitale, eppure

è deceduta, eppure era piena di vita

lì, seduta al tavolo, dopo cenato.

Si spense, dove Ella voleva vivere,

nella semplicità della sua casa

e non in un luogo nudo e amaro.

"" La fornaia: mia madre, a sera

tornò a casa, come sempre,

non sembrava essere stanca.

Ebbe forse qualche guaio taciuto ?

Forse tormentata da dubbi: Chissà.

Non fu cosa da poco: immaginando:

fu forse la solitudine momentanea

per lei madre di cinque figli e nessuno

di loro quella sera, era al suo fianco ?

Qui, madre, dove volevi vivere ora

c'è il tuo spirito: è tra le tue cose,

da allora mai smosse in tuo ricordo.

Ora lì, si percepisce la tua essenza,

il tuo profilo, di donna bella, esile,

tenace e forte, cara ed amorevole.

Cara, madre mia, ricordo...

Quel lume ambrato muovere

la fiamma in un barlume di luce

smuoveva insensatamente

le nostre ombre sulla parete

nel nostro via vai composto.

Noi, con gli occhi arrossati

dal pianto volutamente celato

mentre ci si invitava, l'un l'altro

a mangiare qualcosa, a bere

come era come ingoiare la nostra

tristezza ed il nostro dolore.

Oh madre, ritornava martellante

il pensiero, sospinto dalla tua

assenza tra di noi: che tristezza !

Ripetiamo: eri nel pieno del vigore,

pensiamo: eri nel pieno della vita

ci lasciasti, e non volevi: perché ?

Incompiuta e struggente la tua

la estrema volontà svanì con te

e nella Via Calata Monte Carmelo

ti seguì il silenzio sommesso

di case che furono abbandonate

e il Purgatorio fu deserto luogo.

Madre: nel giardino, le tue rose

rimaste senza il tuo amore

divennero recline inaridire.

Nella volta celeste, ricolma

di stelle, si odì un requiem:

della campana mossa dal vento.

È il requiem di cui ti fece dono,

irrorato da una lacrima d'amore,

la Santa Madonna del Carmelo.

""Addio madre mia, addio...

Ora riposa nella pace di Dio,

tra le le braccia del Signore.""

Amen !

by Domenico Friolo

 

giovedì 12 settembre 2024

L’UCCISIONE DEL MAIALE di GIOVANNI SANTARCANGELO ROTONDELLA 2024 09 12

 

L’UCCISIONE DEL MAIALE

I ricordi da bambino di Giovanni Santarcangelo
…..Dimenticare il passato significa estirpare le radici dal mondo da cui discendiamo…
ROTONDELLA 2024 09 12




Primo giorno L’uccisione

Iavizams, òi ema’ccir’ u’ porch’.

Appc’cam’ u foch, Pigghiam a cavrar’grann, igghieml’ r’ iacq e metteml’ sup u foch’ a budd’. Addà su i linn'.

Tre iommn’ venin ch’ mij nda’ rudd’ a pigghià u’ porch’, tu piggh’ a zucaredd’, p’ ci attacà u’ muss; iè port a zuc pù ‘mbasturà.

Attacaml’ i per’ e ru muss’ e purtaml’ vucin’ u scann’.

Gnanaml' sup u scann'.

Accirl’ tu ca saps’; u curtddon è bbucin’ a finestr’. Attend a no tuccà u’ core.

E’ mort’.

Mettml nda mattr, putem caccià ih zuch’. D’acqua vuddr, u’ putem p’nnà.

Un’ pigghir’ d’acqua cu’ copp grann' e ra iettr’ n’ picc’ a vot’ sup’ a part chèma pinnà’.

Em’ pnnàt……è bbunut pulit, u’ putem appenn’.

Tagghi’ vucin i per’ e fa iess’ i nerv’; mitt’ u mancon’ e appnneml’ nda’ casa a lu trav’ gross.

Tagghià a cap’.

Rammil a mii ca ci mitt’ u’ limon nda vucc’ e ra’ mitt a la finestr’.

Iapprill tu ca saps’ com’ si fa’.

Femmn, purtat u’ s’canatur pic’mitt’ i stindin…. Tutt i stindin su sup u s'canatur, ih femmn’ mo’ pon’ fatga’…….Faiet i stindin……attend attend.

..............................

Il primo giorno è finito…….un grande pranzo allieterà la giornata!!!!

 

Secondo giorno “La preparazione della carne per gli insaccati”

E’ fatt’ iurn’ iavizams’ ma vir’ iei’ a scivintrà u’ porc’. E a sistmà a carn’.

E’ fatt’ fridd’ stanott’, u’ porc agg’ già sincat’, mo’ u taggh’ e ru’ mitt’ nda’ mattr’.

I prisutt’ i lass’ star’, po' i sistem’. St’ dui pezz’ magr’ servin’ pu’ capaccol’ . Egg' fatt' u vucclar' e ru 'lard. I spadd’ nonn’ i tenem’ ci facem’ a carn. Teng’ 4 o 5 filett’ p’ rialà’.

Egg’ finit’.

A carna magr’, p’ ci fà a saprussat’, agg’ mis’ ndu’ vacilott grann, a carna ne’ magr e ne’ grass, p’ ci fà u savizziz bbon’ agg’ mis’ nda’ dui vacilott’ zinn, a carn cu’ grass , p’ ci fà u savizziz grass, agg mis’ nda’ quirat vacilott , pulmon, core, carn’ cu sang’ e quirat’ robb’ r’ scart’, iè nda’ copp’, p’ ci fa a nugghia’.

Femmn’ putes’ fati’à.

S’ c’è na’ femmn’ ch’ cos’ sui, nonn‘ ha faiet’ tuccà a carn’, è meggh' ca si ni var', se no’ guastam u porc’.

I femmn’ sirut’ atturn a buffet’ tagghian cu’ curdett a carn’ minuta minuta. Oi Ddii mei’….. stan’ semp a parlà.

A carn’ è tagghiata, è fatt nott’, mo’ amà cunzà.

Supu a finestr c’er u sal, ndazn’, u’ pip’, a pruvl ru’ pupon e a pruvl rù cancaricch'.

Haddà cunsa’ quir’ ca’ sape' fà …….…..po’ ma vir’ iè ra’ ammasà.

Partit’ p’ partit’ agg’ mis’ nda’ lavandin’, agg' ammassata. Agg’ mis’ simmt’ nd’i vacilott.

Mo u putem’ sistemà nda’ mattr’, ca’ tuvaggh rasupr’.

Crai u iegnem’.

U grass’ chem’ scartat’ agg’ mis’ ndà cavrarott’, sup’ u foc. Putem’ fa’ a nzugn.

A nzugn’ è pront’, a mittem’ ndu’ vas’ e nd’ buccacc.

Ih’ prussutt , u' capaccol’, u vucclar e ru lard, agg’ già priparat’ e agg’ mis’ nda’ mattr’ cu’ sal’.

E’ nott…iams a culcà.

Fine della seconda giornata………molta faticosa…. soprattutto per la padrona della casa che ha gestito e coordinato il tutto………

 

Terzo giorno “L’insaccamento”

P’ggh’ a carn’ ru’ savizziz bbon. I stindin’ agg’ lavat’ tant vot’ cegg’ mis’ pur u’ lmon’.

U mutedd’ ier’ a qua’, tu igniss e ie’ i sistem’. Facem’ i catnedd’. Mitteml nd’ sport.

Igniem’ u savizziz grass, a nuggh’ e ra’ saprussat. Mitteml simmt nd’ sport.

U savizzizz e ra nuggh' uppenem cramatin.

Hi ndinn’ agg’ già preparat’ ndu’ magazzin’, addà sta frisch’ e rparat.

A saprussat a mittem p’ nderr sup anna'tuvagg’, ra supr, ci mittem u scanatur’, chi pis'. Bastn' si petr'.

Crai a giram’ e craiasser’ appnem'.

Fra na ventin r' iurn u savizziz è pront.

A saprussat è da stà nat picch.

Nuggh e savizzi grass sam mangià prim……..a saprussat e ru savizzizz bbon u stpam, part nda d'oggh' e part nda zungn.

U capaccoll u putem' già appenn. Ropp appnem u lard e ru vucclar' e fra na m'sat' appnem i prisutt.

 

 

L’uccisione del maiale è stato per secoli un rito. Una festa alla quale partecipava tutta la famiglia, parenti, compari, vicini di casa.

Del maiale non si buttava nulla.......

Il ricordo dell'uccisione del maiale nella mia mente è sempre limpido. Se socchiudo gli occhi vedo ancora quelle scene crude, sento ancora lo strillare della vittima.

 

mercoledì 15 maggio 2024

LA MIETITURA DEL GRANO di GIOVANNI SANTARCANGELO ROTONDELLA 2024 05 15

 LA MIETITURA DEL GRANO 
I ricordi da bambino di Giovanni Santarcangelo
…..Dimenticare il passato significa estirpare le radici dal mondo da cui discendiamo…
ROTONDELLA 2024 05 15



Premessa

Nel passato, avere una riserva annuale di grano in casa significava avere la farina e quindi il pane per sfamare la famiglia l’intero anno. La riserva di grano può essere paragonata all’uccisione del maiale, l’uno il pane l’altro il companatico.

Ad Alcuni artigiani (calzolaio, barbiere, sarto, fabbro etc.) veniva dato “ u’ staggh” una determinata quantità di grano (intorno a 50 Kg.) in cambio del quale l’artigiano prestava la sua opera annuale per l’intera famiglia.

I lavori di mietitura, iniziavano a inizio/metà giugno. La mietitura a mano era un lavoro gravoso, iniziato sempre al primo levar del sole anche per evitare, per quanto possibile, la calura del periodo. Era un lavoro lungo per cui erano necessarie un buon numero di persone, ovvero tutti i componenti della famiglia ed altri che venivano in aiuto, generalmente amici, ai quali però l’opera doveva essere successivamente restituita.

Il ruolo della donna era fondamentale, sistemava la casa, cucinava, accudiva i figli e lavorava accanto al marito.

Di seguito ho cercato, sulla base dei miei ricordi, impressi in modo indelebili nella mia mente, descrivere, agli amici di Facebook, la giornata ”tipo” della mietitura del grano e con alcuni richiami, le azioni  successivi per arrivare ad avere il grano in casa/magazzino.

 

La mietitura del grano

Er’ arrivat’ giugn, i lavur ene  ammaturat  ema sulu  met, na’ vùntulat’ fort s’ fà perd’ tutt u’ gran,

ema i a fati-à  tutt quand, rù chiù zinn a lù chiù grann.

(E’ arrivato giugno, le spighe del grano sono mature, dobbiamo solamente mieterle, una forte vento, ci fa perdere tutto il grano, dobbiamo andare lavorare tutti dal più piccolo al più grande).

Ie e cumba  Totonn mitem’ e facem’ i iermt, tu Ndnè iermts’, i uasgnun: Giuuann ca iè grann ricoggnir’ i gregn’ e far i cavagghiùn, mentr, Cola e Pippnuzz, ca sù zinn ricoggnin i spigh ru gran ca carin’ nderr e ri mittn’ ndù sacc.

(Io e compare Antonio, mietiamo e facciamo i Iermt’ (una manata di spighe legate alla meglio con una sola spiga), tu Antonietta fai i (gregn) (fascini di grano raccogliendo più iermt – una decina- legati per bene con le stesse spighe) i bambini: Giovanni che è grande, raccoglie i fascini di grano e fa i covoni, mentre Nicola e Peppino, che sono piccoli, raccolgano le spighe che cadono per terra e li mettano nel sacco).

Auann’ i lavur’ sù bon’ non né-mà fà perd’ manch nù cocc’.

(Quest’anno le piante del grano stanno ben messe, non ne dobbiamo far perdere nemmeno un chicco).

Egg’ ì a vir s’ favc’, vander e cannedd’  sunu tutt’appost.

(Debbo andare a vedere se la falce, il grembiule (in pelle di capra per proteggersi dalle spighe) e i Canned ( n. 4 tubetti in canna per proteggere le dita, escluso il pollice, dal taglio accidentale della falce) sono  tutto a posto).

Cramatin’ ben prest ema part.

(Damani mattina ben presto dobbiamo partire).

Nagg’ ritt a Cumba Totonn ri vinì prest, ndà d’alv.

(Glielo ho detto a compare Antonio di venire presto, all’alba).

Pò accòr’ r’ jurn, cann u sol è fort, ropp’ chem mangiat, si mettem’ alu frisch e s’abbindam.

(Poi nel cuore del giorno, quando il sole picchia forte, dopo che abbiamo mangiato, ci mettiamo all’ombra e ci riposiamo).

Ndnè tu cramatin, iavizt’ prim e pripar’ a robb’ ca’ se-ma purtà p’ mancià. Fa na frittata cu savizziz, i patan’ ala parchial, mitt’ ndu’ stiavucc prusutt, vuccular, savizizz e non ti scurdà d’oggh e ru sal, mitti a iasca  e ru’ buttgnon grann rù vin, a cumba Totonn i piacr’ u’ bicchèr, brutt’ figur nonn’ema fà. Sema purtà pur u varril ghin r’ iacq

(Antonietta tu domani mattina, alzati prima e prepara la roba che ci dobbiamo portare per mangiare. Fai una frittata con la salsiccia, le patate con la paprica, metti nel fagotto il prosciutto, il guanciale, la salsiccia, non ti dimenticare l’olio e il sale, la giara e il bottiglione grande del vino, a compare Antonio, li piace il vino; brutta figura non ne dobbiamo fare. Dobbiamo portarci anche il barile pieno d’acqua).

Egg’ iut a pigghià u ciucc’, ndu catoi,  egg’ pur mis i spurtun’.

(Sono andato a prendere l’asino, nel catoio, ho pure messo “i spurtun” (grosse ceste i in canna o strisce di legno intrecciate)).

Ndune’ u’ mangiar’ mittl ndu’ stiavucc nda’indr u spurton. Cola u’ mittem ndà nu spurton e Pippnuzz ndanat, cuttun cu stiavucc rù mangiar, u’varril u’ portir u’ ciucc ri cumba Totonno.

(Antonietta il mangiare mettilo nel fagotto dentro un “spurton”. Nicola lo mettiamo in un “spurton” e Peppino nell’altro insieme al fagotto con il mangiare, il barile lo trasporta l’asino di compare Antonio).

Stà arrivann cumba Totonno, sent u surdillin ru’ ciucc,  iamisinn.

(Sta arrivando compare Antonio, sento il campanellino dell’asino, andiamo).

Bell su u’ lavur auann, innar è jut sicch e rè  ghioppt’ n’dù mes r’april.

(Belle sono le spighe di grano quest’anno, gennaio è andato secco e ha piovuto nel mese di aprile).

I uagnun’ agg’ ten cuntend’ mò  i fazz’ a nach, ca trusc’  ru mmast,  a lù per’ ra cers, ogn’ tant si van annacà.

(Ai bambini li debbo tenere contenti adesso li faccio l’altalena con la fune del basto, all’albero della quercia, ogni tanto vanno a dondolarsi).

Tu cumba Totò port nand a versur, iè vengh vucin a tii  rarret’-rarret’.  Ndunett iermtr e fare i gregn.

(Tu compare Antonio porti avanti la versura, io vengo vicino a te dietro – dietro.  Antonietta raccoglie il grano e fa i fascini di grano).

Ohi cand’ gridd ci sun, si c’eran i vicc’ si mangiain’.

(Oh  quanti grilli ci sono se c’erano i tacchini se li mangiavano)

Giuà fall bon i cavagghiun se no i gregn si portr’ u vent, a quà u’ scirocch ci piggh fort.

(Giovanni falli bene i covoni altrimenti i fascini di grano li porta via il vento, qui lo scirocco tira forte).

Giuà ogni tant port’s a iasch ch’ d’acqua, chema viv, oi fa’ tropp cavr, Chann finiscr d’acqua ndà iasch ignil ndù varril r’ d’acq chem purtat.

(Giovanni di tanto in tanto portaci la giara dell’acqua, dobbiamo bere, oggi fa troppo caldo, quando finisce l’acqua nella giara riempila al barile dell’acqua che abbiamo portato).

A iurnat è finit, u sol stà pì mitt’ , em rutt’ riun prim ca nfùcair d’or, em’ mangiat a mezz iurn,  e nù muzzich sam’ pur’ pigghiat Chann u’ sol staviir p’ calà.

(La giornata è finita, il sole sta per tramontare, abbiamo rotto il digiuno prima che il sole era forte, abbiamo mangiato a mezzogiorno, e abbiamo preso un boccone prima che il sole stava per calare).

Pì met’ tutt st’ lavur ema vinì almen nat’ tre jurn. Cumba Totò mo’ finiscem i lavur mei e po’ ti veng a renn i iurnat al-lavur tui.

(Per mietere tutto questo campo di grano dobbiamo venire almeno altri tre giorni. Compare Antonio adesso finiamo il mio campo dopo vengo a renderti le giornate alla mietitura del tuo campo di grano)

Stu mes r’ luggh po’ i gregn i ricugghem  cu ciucc chi canciddùn e facem a met’.  Auann arrobb c’er si cummener r’ purtà i gregn e far a met a la massaria r’ cumba Filipp e chann vener a trebbia, tribbiam.

(Nel mese di luglio poi i fascini di grano li raccogliamo con l’asino con i “canciddun” ( grossi cestoni in verghe di legno) e facciamo la “meta” (Grande cumulo con tutti i fascini di grano ben ordinata con l’aspetto di un casolare). Quest’anno la roba c’è ci conviene portare i fascini di grano e fare la “meta” alla masseria di compare Filippo e quando viene la trebbia, trebbiamo).

Auann passat’ agg’ pisat nd’à  d’ariola ch’ egg’ fatt a quà ndu’ tumpnedd. Pi’ pisà c’egg mis nu iurn, cu ciucc ca girair atturn atturn sup a p’satur, ra sol a sol. M’ ricord’ ca sula a la fin ra’ iurnat, egg’ cacciat a paggh’ ca furch, a matina ropp’ egg vnut p’ vuntlià, a furtun è stat ca c’erer a voria quira matin, po’ gir e vot sè fatt’ mezz iurn. Sulu paggh’e pruvlacch’ ala fin essut, gran picch e nent, sul quatt sacch.

( L’anno scorso li ho pestati nell’aia che ho fatto qui su quella montagnetta, per pestarli ci ho messo un giorno, con l’asino che girava intorno intorno  sopra ai fascini di grano da pestare, dall’alba al tramonto. Mi ricordo che solo alla fine della giornata ho tolto la parte grossolana della paglia con la forca, la mattina dopo sono venuto per “vuntlià” (buttare in aria con una pala di legno il miscuglio di grano, paglia e pula pestata che per effetto del vento, avviene la separazione della paglia e pula dal grano), la mia fortuna è stata che c’era la bora quella mattina, poi gira e volta si è fatto mezzogiorno. Solo paglia e pula alla fine è uscita, grano poco e niente, solamente quattro secchi ( circa 2 quintali))

Iamisinn mò, stà p’ mitt’ u sol, Pippnù chi ten’s ca ghianges, nonn’ei truvat u nir’ ra fucetl oi, no ghiang, crai virs cu trovs.

(Andiamoci ora, sta per tramontare, Peppino cosa hai che piangi, non hai trovato il nido della cinciallegra oggi, non piangere domani vedrai che lo trovi).

Ven a quà ca ti mitt ndu’ spurton. Aspett Co’, mo’ ti mitt pur a tii nd’a querat spurton. Ve ves stancat oi currenn rarret i’ gridd e ri suriggh !!!!!.

(Vieni qui che ti metto nello “spurton”. Aspetta Nicola, adesso metto anche a te nell’altro “spurton”. Vi siete stancati oggi correndo dietro ai grilli e alle lucertole !!!!)

 

Sembrano che siano trascorsi secoli e secoli, ma in meno di cinquant’anni, nel settore dell’agricoltura, ad esempio, si è passato dall’ aratura del terreno con animali (buoi, muli, asini) all’aratura con trattori autonomi robotizzati dotati di laser, dalla semina e concimazione a mano alla semina con droni , dalla mietitura del grano a mano, con la falce e la separazione del grano dalla paglia tramite pesatura a mano, con asini e buoi e  successiva ventilazione naturale,  alle mietitrebbie “robot” radiocomandate e/o completamente autonome, che mietano, trebbiano e versano il grano autonomamente nei granai. etc.,etc., il tutto controllabile da monitor o palmari in tempo reale.

Cosa succederà nei prossimi cinquant’anni…… non vorrei che l’uomo venga sostituito da robot umanoidi dotati di intelligenza artificiale tale che questi ultimi potrebbero, nel prossimo futuro, annientare completamente la società umana…!!! Spero proprio di no….ma ho dubbi in merito!

Giovanni Santarcangelo