MAGIA E RELIGIONE POPOLARE
di Conte Maria Grazia
Dott.ssa in antropologia
2021 02 06

Fototeca Gilardi. Processione delle Cénte (Matera)
Un
ulteriore elemento che favorisce il perdurare delle pratiche magiche è il
rapporto con la religione.
Per religiosità popolare si intende una sorta di
culto tra religiosità ufficiale e tradizioni pagane. Essa è comunemente
definita come religiosità e tradizionale folcloristica tipica delle classi
povere sfornite di una adeguata formazione teologica. Coloro i quali praticano
questa forma di religiosità manifestano il proprio credo attraverso feste,
pellegrinaggi, racconti di miracoli e uno stretto rapporto personale con i
Santi ai quali si chiedono delle grazie, una volta ottenute essi vengono
ripagati con donazioni di oggetti di oro, denaro e doni ex-voto simbolo della
guarigione ottenuta. Magia e religiosità popolare hanno in comune la capacità
di rassicurare dalle incertezze della vita e da quel negativo che è
costantemente presente.
Di
folklore ne parla Gramsci, a cui De Martino si ispirerà, nei Quaderni dal
carcere, dove lo definisce “concezione
del mondo e della vita”, implicita in grande misura, di determinati strati
(determinati nel tempo e nello spazio) della società, in contrapposizione
(anch’essa per lo più implicita, meccanica, oggettiva), con la concezione del
mondo <<ufficiale>> che si sono succedute nello sviluppo storico. Lo
vede come un prodotto di dinamiche storiche in relazione al progetto di
egemonia culturale delle classi dominanti. Non è solo un insieme di
sopravvivenze, ma per il solo fatto che si contrappone alla cultura dominante
esprime tutta una serie di innovazioni.
De Martino si rifà a questi scritti per
descrivere la vita magica e religiosa del mezzogiorno non considerandoli come
elementi di mentalità primitiva ma va rintracciato nel rapporto tra il livello
egemonico e subalterno. Egli vede in questi aspetti un aiuto ideologico
all’oppressione ideologica di classi subalterne e un modo per creare un
risveglio morale degli stessi.
De Martino parla di sincretismo pagano-religioso
che in qualche modo viene anche gestito dalla chiesa, la quale aveva intuito
che recitando storie cristiane nei riti pagani serviva in qualche modo a
sostituire gradualmente le credenze pagane. De Martino sostiene questa tesi
affermando che “il momento magico non è
il limitato alla bassa magia cerimoniale e non sta in assoluto isolamento
rispetto al resto della vita culturale, ma si articola in raccordi e formazioni
intermedie che concernono il cattolicesimo popolare e le sue particolari
manifestazioni magiche meridionali sino al vero e proprio culto cattolico”.
A
testimonianza di ciò si osserva che tutte le formule magiche richiamano episodi
evangelici e vicende di Santi. Quasi tutte contengono il tipico modulo
dell’esorcismo, cioè in nome della trinità si ordina all’entità malefica di
abbandonare il corpo del posseduto o del malato, oppure vengono raccontati
episodi in cui un Santo vero o fantastico ha sconfitto in un tempo mitico
quella malattia.
Un esempio si evince da una formula raccolta ad Accettura da
un contadino sessantenne. Tale storia era una delle tante versioni utilizzate e
tramandate nel territorio lucano, era usata per far passare il dolore di
ventre.
L’informatore riporta proprio la storia del Santo da cui si origina
questa formula magica. San Martino arrivò dalla Francia in Italia come un
pellegrino e trovò rifugio in casa dei due sposi. Il marito era molto gentile e
buono a a
differenza di sua moglie molto cattiva che non diede al Santo neanche un letto
per dormire, anzi bagnò con dell’acqua la terra dove il Santo doveva dormire. La
donna fu punita dal signore con un terribile mal di ventre ma San Martino preso
dalla compassione la guarì.
Tutte le formule prima di essere pronunciate sono
accompagnate da segni della croce tracciate sia sul malato sia sull’operatore e
seguite dal Pater e dall’Avemaria. L’elemento non cristiano si ritrova
nell’atto, cioè nella fiducia che quell’atto possa portare ad un esito
positivo.
Anche nella pratica religiosa c’è qualche elemento magico, ad esempio
nell’ex opere operato
dei sacramenti in cui subito dopo aver recitato la formula c’è subito un
effetto immediato. Tra le critiche mosse a questo concetto demartiniano vi è
che il limite della sua concezione di religione popolare si ritrova
nell’accento sul magismo come negativo dell’alta cultura, come fenomeno limite
e non sulla cultura tutta intera, delle classi subalterne, sull’analisi dei
bisogni, delle aspettative e delle concezioni del mondo che essa segnala.
Ci si basa solo sull’esperienza magico rituale che è un piccolo aspetto del
fenomeno e in più il tutto è interpretato attraverso categorie psicologiche.
Anche Carlo Prandi, come riporta il Lanternari, sostiene che De Martino
privilegia nella società solo degli aspetti residuali che lo conducono a vedere
nella religione popolare un insieme di persistenze arcaiche che esprimono solo
una profonda miseria psicologica priva di elementi tematizzabili.
In Lucania,
in Italia e anche in altri paesi cattolici sono rintracciabili dei sincretismi
magico-religiosi, non si tratta solo di un impoverimento della religione
cattolica, perché in realtà questa dicotomia religione popolare/ufficiale non la ritroviamo solo
oggi ma anche nella società greca e romana.
Nella società greca i culti
misterici, iniziatici e salvifici delle classi popolari si opposero alla
religione olimpica dei sacerdoti, oppure nella Roma repubblicana si opponeva la
religione di stato agli antichi riti agrari delle classi popolari.
Di fronte ai
culti pagani e alla magia, la chiesa cattolica ha reagito in molti modi per
prima cosa con una azione repressiva a volte con tolleranza. Solo nel 1975
abbiamo un ufficializzazione della
religiosità popolare da parte della chiesa nel documento ufficiale EVANGELII
NUNTIANDI- Esortazione apostolica di sua Santità Paolo VI.
Oggi definire il
termine di religione popolare è molto difficile, ci troviamo in un epoca in cui
la complessità sociale e l’omologazione sociale data dai mass media porta dei
problemi.
C’è una gran quantità di comportamenti religiosi di massa, come i
culti carismatici, i maghi guaritori che non tendono molto alla salvezza
dell’anima, ma più che altro a un rapporto più diretto con il sacro.
Molto
spesso accostiamo il concetto di religiosità popolare alla povertà culturale,
ma non è così perché le classi più agiate nella storia hanno partecipato a
queste forme magico-rituali non appartengono solo alla religione del sud
arcaico, ma si ritrovano ovunque. Della religione popolare si può dire che “è
una figura fittizia, i cui tratti possono essere desunti unicamente dai
contesti storici e in rapporto con tutti gli altri elementi del quadro
culturale”.
Ernesto de Martino (Napoli
1° dicembre 1908- Roma, 9 maggio 1965).Antropologo,
storico delle religioni e filosofo italiano.